Roberto Marino (Psichiatra e Psicoterapeuta) – Clara Steinhilber (Az, Osp. di Crema) – Mostra presso palazzo della Pretura Castell’Arquato – 25 aprile-16 maggio 2004

Liberi pensieri su una mostra

Dal 25 aprile al 16 maggio 04 si è tenuta a Castell”Arquato (PC) una mostra basata su oggetti concreti, stanze e raffigurazioni, organizzata da Fabrizio Boggiano e dedicata a la crisi della presenza. Ci siamo finiti quasi per caso, attratti pi da una domenica di sole e dalla bellezza della cittadina che dalla mostra in sù.

Eppure spesso accade negli incontri con gli avvenimenti traumatici che si parte per un viaggio con una idea, un programma, ma qualcosa sconvolge le attribuzioni di senso che avremmo pensato accompagnassero la nostra giornata. Il titolo della mostra doveva suggerirci dei rapporti fra le riflessioni degli autori e gli avvenimenti traumatici. Fabrizio Boggiano ed Edoardo Di Mauro, a commento delle opere di Federica Genovesi e Luca Andriolo (senza titolo 2003), hanno scritto nel catalogo della mostra che i fantasmi del passato ritornano con la forza della loro assenza.

Oggetti e richiami metaforici ricostruiscono antiche tradizioni ed emozioni di una stagione quasi dimenticata, ma ancora viva e presente in alcuni di noi. Antiche sapienze e legami forti con la propria terra annullano il tempo preservando valori primari che molto spesso mancano alluomo contemporaneo. L”opera cui vengono attribuite queste righe è costituita da una sedia anni 30 con lo schienale cui manca la parte superiore, con una rottura asimmetrica laterale che richiama una rottura ribadita dal vestito ottocentesco dismesso e squarciato dal tempo, adagiato fra la seduta e il pavimento come se il fantasma della fanciulla gli desse ancora forma.

Sullo sfondo un quadro rappresentante la bellissima fanciulla con indosso il vestito stretto dal corpetto sulla vita, una ringhiera e dietro una vecchia casa. Il ripetersi nel tempo di oggetti parziali che si impongono alla nostra coscienza con maggior realtà del ricordo che rievocano (la realtà della sedia e del vestito verso la metaforizzazione del quadro) fa venire in mente la ripetizione traumatica. Resta nellombra se il passare del tempo sugli oggetti gli attribuisca una dimensione di ripetizione piuttosto che di ripresenza metaforizzata come nel lutto patologico e nella malinconia. Gli oggetti sono squarci rappresentativi di ciò che non c”è più.

In realtà ciò che gli autori sembrano suggerire riguarda gli aspetti dinamici che devono essere colti nel vissuto traumatico, come nellopera di Lory Ginedumont (nature morte 2004). Con due torce dalla flebile luce blu entriamo nel vuoto di una stanza abbandonata, tracce minime di una cena intima ormai consumata Tavolo e due sedie ricoperte di un telo bianco. Due piatti con ciuffi di capelli e tracce di sangue; sul vassoio un teschio con la volta cranica al suo fianco, ed in evidenzia la assenza del cervello di cui si immaginano tracce nel sangue dei piatti.

Sui muri alcuni quadri attraverso il colore blu, macchina del tempo immateriale, ritornano dal passato permettendo che tutto accada ancora una volta; sui quadri posti alle spalle delle sedie emergono come dai meandri della mente scene di decapitazioni e sgozzamenti eccellenti, sui lati sguardi che ci conducono in una atmosfera dalle tinte paranoidee.

Il buio, totale, avvolge ogni cosa permettendo allanima di vedere la luce [1]. Le torce sembrano fungere da flusso di coscienza che riporta alla mente avvenimenti passati (rappresentati nei quadri); Il pasto ci riporta invece alla necessità di integrare una conoscenza impossibile (lesperienza della propria morte) attraverso rituali cannibalistici (nutrirsi del cervello) e nel contempo del fallimento di tale tentativo di metabolizzazione dellavvenimento traumatico; tentativo sancito dal dover nutrirsi di ciò che costituisce levento traumatico stesso (la testa decapitata). Il tutto in un continuo rimando fra presente e passato, in un circolo in cui non c”è più spazio per lessere umano, di cui si sente la presenza assenza nella stanza.


[1] Fra virgolette il testo di Farbrizio Boggiano ed Edoardo Di Mauro

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