Francesca Giordano, Psicologa – Recensione della giornata scientifica dell ALFEST tenutasi a parigi il 6 giugno 2008 e dedicata al tema: “Les otages: réflexions cliniques, psychopathologiques et juridiques”

“È ormai da un quarto di secolo che il pianeta è in guerra. La distruzione delle torri di New York e l”invasione dell”Iraq ne hanno costituito i più recenti sviluppi. Le ragioni di questo conflitto sono complesse e non sono chiare per nessuno: sfide economiche (tracciati di un oleodotto, per esempio) e politiche, rivalità di poteri regionali, conflitti tra integralismi religiosi, gli islamici a est contro i protestanti a ovest, sequele di decolonizzazioni e lotte contro le super potenze, conflitti di civilizzazione, ecc… L”insieme di tutte queste ragioni dona a questa guerra il suo aspetto principale che è per l”appunto l”essere incomprensibile e assurda.

In compenso, ciò che è più chiaro sono i mezzi utilizzati, poco diversificati: attacchi effettuati da eserciti regolari, guerriglie, attentati terroristici e sequestri di ostaggi. Questi ultimi talvolta sono mirati (soldati, giornalisti…), altre volte si operano casualmente (letteralmente, “au petit bonheur la chance”). Ma, come gli altri, sono sempre fatti sotto il segno del non senso.

Parleremo qui delle cause delle sofferenze e delle sofferenze stesse che si abbattono sugli ostaggi e vedremo anche il posto che occupa questo non senso.

Per illustrare il nostro obiettivo, prendiamo solamente l”esempio della “sindrome di Stoccolma”. Il sostantivo “sindrome” risulta da una volontà precosciente (perfino cosciente) di mettere tutte le chance dalla propria parte per preservare la propria vita. Prenderemo qui in esame dei casi differenti dove il comportamento, le attitudini, i pensieri degli ostaggi hanno le loro radici, le loro origini nel loro inconscio. Per il soggetto si tratta dunque di fare sue le credenze, gli obbiettivi e i valori dei suoi rapitori, unicamente per donare un senso alla propria sofferenza e alla propria ore (probabile). Si capisce dunque che non si vedrà mai questo tipo di “sindrome” nei prigionieri di guerra o nei prigionieri politici, qualunque siano le loro condizioni di detenzione, in quanto essi dispongono di un quadro significante per pensare alla loro prigionia, la loro miseria psichica e morale, perfino alla loro morte.”

É con queste righe che il professore François Lebigot ha introdotto la Journée scientifique de l”Alfest (Association de Langue française pour l”étude du stress et du trauma), tenutasi a Parigi, presso l”Ecole du Val de Gràce, il 6 Giugno del corrente anno, il cui titolo era “Les otages: réflexions cliniques, psychopathologiques et juridiques”. Si è trattato di una riflessione tenuta da alcuni tra i più grandi esponenti della scuola francese sul trauma e lo stress, riuniti in questa giornata per concentrarsi su una tipologia particolare di avvenimento traumatico: il sequestro di ostaggi.

La giornata si è aperta con le riflessioni del Prof. Louis Crocq, presidente onorario dell”ALFEST, che ha introdotto la tematica, facendo riferimento ai contenuti del suo articolo “Incidences psychologiques de la prise d”otage” (Psychologie Française, – No 42-3, 1997, 243-254). Crocq definisce il sequestro di ostaggi come un fenomeno di natura propriamente psicologica, che include diversi attori quali la vittima, i rapitori, il potere pubblico, la popolazione civile e, non da ultimo, i mass media. I fattori patogeni, che influenzano la percezione da parte della vittima dell”evento, sono la violenza, la minaccia, l”isolamento dal mondo, la durata e il clima sociale generale. Inoltre i comportamenti messi in atto dall”ostaggio differiscono in funzione delle fasi del rapimento che si susseguono: la cattura, la detenzione, dove l”ostaggio può conservare la coscienza, il sequestro, la liberazione e la sequela. In particolare, in quest”ultima fase due sono i comportamenti su cui il professore si sofferma: la nevrosi traumatica e la “sindrome di Stoccolma”. Le considerazioni ezio-patogeniche riguardo la natura della sequela parlano di reazione normale o sopraffatta dallo stress, mettendo in luce fattori esterni intervenienti quali il tipo di aggressione e le circostanze in cui avviene il sequestro. In realtà la componente maggiormente caratterizzante il tipo di reazione finale dell”individuo è il suo trauma psichico, considerato da un punto di vista freudiano dell”economia libidinale, da quello lacaniano di attraversamento selvaggio della fantasia, dalla nozione esistenzialista di “non senso “del trauma, e da quella mitologica, teorizzata da Crocq in diversi suoi articolti, che fa riferimento agli antichi miti greci di Sisife, Orfeo e Era. Crocq indica come procedure terapeutiche funzionali per gli ex ostaggi quelle legate al valore catartico della narrazione dell”esperienza emotiva, a cui andrebbe aggiunto un supporto psicologico che si traduce in procedure di debriefing individuale o di gruppo.

All”introduzione è seguito l”intervento della Dott. Carole Damiani, segretaria generale dell”ALFEST e psicologa presso l”INAVEM , l”istituto nazionale d”aiuto alle vittime e di mediazione, dal titolo “Clinique de la capture et de la detention”(Clinica della cattura e della detenzione). La psicologa articola il suo intervento partendo dall”esposizione di due casi clinici, un giornalista fotografo sequestrato per dieci mesi in un paese di guerra e un passeggero di un volo francese dirottato da terroristi. La domanda iniziale emersa in entrambi i casi è stata “Come sopravvivere? Come uscirne vivi?”. È a partire da questo quesito che nella mente degli ostaggi si sono instaurati diversi stati emotivi che condizionano tutt”ora il loro benessere psichico. In particolare la Dott. Damiani fa riferimento a uno stato iniziale di reazione all”evento come ad una vera e propria “pietrificazione”, in cui il soggetto si rifugia nello stato protettivo del “non vedo e non sento nulla!”. Ma, suo malgrado, a questo suo tentativo di protezione si unisce una ipervigilanza invasiva e incontrollabile che genera nella vittima disturbi alimentari, respiratori e del sonno. Inoltre, durante il periodo del sequestro, gli ostaggi entrano spesso in uno stato depressivo di disperazione, tristezza e solitudine, accompagnato da forti sentimenti di impotenza nel modificare la situazione e da pensieri abbandonici quali “Nessuno si interessa o si occupa di me”. L”incertezza e l”assenza di logica propria di queste situazioni, portano l”ostaggio a cercare un senso o in sé stessi, colpevolizzandosi per ciò che è accaduto, o nella logica e nell”ideologia dei rapitori, identificandosi con essi, e sviluppando quella che abbiamo visto essere la “sindrome di Stoccolma”.

Il giornalista, durante la terapia, ha messo in evidenza il sentimento di onnipotenza che lo aveva portato ad accettare il pericoloso incarico e che, subito dopo la cattura, gli donava la convinzione che si trattasse di un errore e che presto lo avrebbero liberato. Ma col passare del tempo, la privazione della libertà, a cui si accompagnavano le privazioni alimentari, igieniche e, soprattutto, affettive, date dal suo sentirsi solo e differente da un punto di vista etnico e psicologico rispetto ai rapitori, l”hanno portato a provare forti sentimenti abbandonici, e a sviluppare un quadro psicotraumatologico completo, caratterizzato da depressione, incubi notturni e riviviscenze dell”evento. Nel caso del passeggero dell”aereo francese dirottato dai terroristi, i sentimenti presenti sin dall”inizio della vicenda sono stati di forte paura, angoscia e stress che l”hanno portato ad assumere quella che la dottoressa Damiani ha definito come “position cadaverique” (letteralmente posizione cadaverica), rifugiandosi, per quanto gli è stato possibile, nel sogno (rêverie). Successivamente al sequestro, il soggetto ha sviluppato una dipendenza dall”alcol, con atteggiamenti di profonda disperazione che talvolta sfociavano in atti suicidari, fortunatamente falliti. Raccontava, inoltre, di lavorare di notte per sfuggire agli incubi che invadevano il suo sonno. In terapia si mostrava estremamente reticente, come se ci fosse qualcosa che lo bloccasse fortemente. La dottoressa Damiani ha pertanto stabilito di fare riaffiorare il ricordo del soggiorno nell”aereo, indagando più a fondo sugli stati emotivi soggettivi dell”evento. Col suo aiuto, l”ex-ostaggio è riuscito a fare emergere l”idea che si era creato che i terroristi avessero ragione a voler distruggere la Babilonia moderna, nonostante egli non avesse mai avuto alcuna ideologia religiosa. Dopo un paio di sedute, il soggetto ha deciso di abbandonare la terapia.

Carole conclude la sua esposizione, indicando quattro vissuti emotivi caratterizzanti la fase di sequela di un ex ostaggio. In particolare vi sono sentimenti abbandonici, dati dallo stato di incertezza e di solitudine in cui si è visto costretto a vivere durante il sequestro, la paura, dovuta alla minaccia di morte percepita costantemente vicina e la vergogna, che diviene il maggiore ostacolo alla continuazione della terapia, come abbiamo visto nel caso del passeggero dell”aereo, in quanto è accompagnata spesso da comportamenti violenti, alcolismo e desiderio di sbarazzarsi di qualsiasi relazione. Si tratta di un sentimento enigmatico conseguente alla Sindrome di Stoccolma, ovvero alla ricerca di un senso operata dal soggetto traumatizzato che finisce per trovarlo nell”ideologia del terrorista, identificandosi con essa. È su questi tre elementi, sentimenti di abbandono, paura e vergogna, che è importante fondare l”intervento terapeutico, in quanto l”ultimo tratto caratterizzante gli ex-ostaggi, la colpa, rappresenta una difesa tanto importante per il soggetto da caricare l”evento di un”angoscia insostenibile, nel caso si tentasse di demolirla o di metterla in discussione. Le modalità di trattamento del trauma, chiarifica la Dott. Damiani, differiscono in base alla persona, all”evento e a ciò che la persona intende fare del suo trauma: se organizzare la sua vita intorno a lui o se impegnarsi gradualmente ad abbandonarlo.

Il relatore successivo è lo psichiatra Dott. Boisseaux,membro del consiglio scientifico dell”ALFEST e professore aggregato di Val-de-Grâce, che intitola il suo intervento “Otages, le temps de la liberation” (Ostaggi: il tempo della liberazione). L”attenzione è focalizzata sul delicato e complesso processo della liberazione,che può avvenire secondo diverse modalità, dalla negoziazione alla liberazione forzata, tutte estremamente complesse da affrontare. In particolare, nel primo caso l”ostaggio diviene oggetto di una negoziazione e, pertanto, vive un forte vissuto di disperazione e di passività, in un clima di profonda incertezza. Inoltre, una volta avvenuta la liberazione, il soggetto si ritrova solo a dover far fronte non solo ai dolorosi ricordi dell”evento, ma anche alle continue richieste operate da parenti, amici e, non da ultimo, dai Mass Media di raccontare e rendere pubblica la sua esperienza. Non sempre, però, egli è pronto a farlo. Infatti l”esperienza soggettiva traumatica è difficilmente raggiungibile e comunicabile, in quanto necessita del suo processo di elaborazione che, vista la devastante carica emotiva legata ad eventi traumatici, può richiedere diverso tempo. Il soggetto, perciò, può sentirsi sforzato a svolgere qualcosa che fatica a fare ed estremamente solo e incompreso. Il lavoro di presa in carico terapeutica degli ex- ostaggi risulta, pertanto, fondamentale. La posizione passiva di vittima che gli ostaggi hanno assunto durante la negoziazione e, in generale, per tutto il periodo del sequestro ha generato in loro uno stress post traumatico che necessita di essere assunto e curato con l”aiuto di qualcuno. L”obiettivo di questo tipo di terapia è di arrivare a raggiungere uno spazio di parola che si avvicini sempre più allo spazio soggettivo del soggetto, nel totale e costante rispetto dei suoi ritmi e bisogni. È pertanto importante riuscire ad accompagnare il soggetto nel disvelamento del ricordo traumatico, adottando un grande prudenza e rispetto delle sue difese personali.

Nell”intervento successivo, di brevissima durata per ragioni di tempistica, lo psicologo Dott. Souad Hariki ha parlato dell”importanza fondamentale dell”accompagnamento e del supporto psicologico delle famiglie degli ostaggi. Le pratiche di assistenza alle famiglie illustrate, ad impostazione prevalentemente cognitivo-comportamentista, sono risultate, per i professori Crocq e Lebigot, di formazione fortemente psicoanalista, troppo automatiche e non considerevoli delle peculiarità soggettive di ciascun soggetto. Sembra infatti che queste pratiche rispettino un pattern applicativo standardizzato e costante. Nonostante i numerosi casi di presa in carico di famiglie di ostaggi che hanno indubbiamente favorito una certa conoscenza in merito, reputo che questi modelli applicativi risultino troppo impersonali e spersonalizzanti per soggetti che hanno già dovuto subire un evento fortemente traumatico. Vista la passività degli ex ostaggi di fronte a queste “buona pratiche”, Mr. Crocq ha parlato di una possibile vittimizzazione secondaria.

A questo intervento è seguito quello del Dott. Patrick Gandelet, membro del RAID, Recherche Assistance Intervention Dissuasion (ricerca assistenza intervento dissuasione), che si è soffermato sulle pratiche adottate dall”organizzazione di cui è parte nella fase di negoziazione. Questa costituisce un momento importante e delicato in quanto rappresenta al tempo stesso il fine e il mezzo dell”intero processo. Gli obiettivi di questa fase sono di stabilizzare la crisi, prendere tempo e, in ultima istanza, risolvere la situazione nella maniera più pacifica e sicura possibile. Il Dott. Gandelet ha spiegato come in questo stadio risulti fondamentale prendere in considerazione la reazione della vittima. Diversi possono, infatti, essere i comportamenti adottati dall”ostaggio nei confronti dei rapitori, tra cui una sottomissione totale, un”opposizione pericolosa, una cooperazione adottata come strategia di auto protezione, un adattamento indifferente e superficiale e, infine, una partecipazione attiva, dove è l”ostaggio stesso a trovarsi al telefono con la polizia e a colpevolizzarla. Diversi sono gli attori del RAID che prendono parte alla negoziazione, i cui ruoli, soprattutto nel caso dei poliziotti, sono interscambiabili. Gli altri attori partecipi della trattativa sono gli psicologi, normalmente presenti in numero nettamente inferiore rispetto ai poliziotti (1 o 2), il cui ruolo è di accompagnamento costante durante tutta la negoziazione. In particolare si occupano di raccogliere elementi e informazioni sulla situazione per poi analizzarli, elaborare strategie per cominciare la negoziazione e bisbigliare nell”orecchio dei negoziatori dei consigli durante tutto il processo.

Come riposta a un quesito proveniente dal pubblico, il prof. Lebigot espone il profilo tipico del rapitore: soggetto affetto da schizofrenia, delirante o semplicemente avente raggiunto un alto livello di saturazione, generato da situazioni altamente stressanti, che non ha mai potuto, o non si è mai concesso, di scaricare e sfogare in altra maniera.

Dopo una pausa pranzo consumata in compagnia dei relatori della journée scientifique, in un”atmosfera allegra e conviviale, il pomeriggio si è aperto con l”esposizione del Dott. Didier Cremniter, responsabile delle “Cellules d”urgence médico-psychologiques”di Parigi. Lo psichiatra, a partire dalla sua esperienza nelle “Cellule d”urgenza medico-psicologiche”, ha parlato della psicopatologia presente nei familiari delle vittime, dovuta alla forte angoscia che permane senza tregua per tutto il periodo del sequestro, all”alterazione del gruppo familiare che l”assenza dell”ostaggio inevitabilmente genera e alla difficoltà conseguenti nella riattivazione dei vecchi schemi familiari al rientro della vittima. Uno degli obiettivi di questa organizzazione, voluta da Chirac nel 1995 a seguito dell”attentato alla RER nella stazione di St. Michel, è quello di assistere i familiari delle vittime durante e dopo il sequestro. Infatti, l”incertezza di cui si parlava in precedenza in riferimento agli ostaggi, è altrettanto presente e devastante per le loro famiglie. Le manifestazioni traumatiche maggiormente presenti nei familiari sono i vissuti di morte e il continuo confrontarsi con sentimenti mortiferi, gli incubi notturni e i riferimenti fantasmatici e identificatori sui rapinatori, il sequestro e la condizione attuale dell”ostaggio. Infatti, a fronte dell”assenza di informazioni sui propri cari, presente nella maggior parte dei sequestri, i familiari tentano di risolvere i propri quesiti dandosi risposte proiettive estreme che finiscono per inficiare ulteriormente il già compromesso benessere familiare. In una prospettiva di ritorno a casa della vittima, è necessario operare affinché al suo stress post traumatico non vada ad aggiungersi una malessere patologico familiare.

L”intervento successivo è stato indubbiamente il più toccante, da un punto di vista emotivo: il relatore era Jean-Louis Normandin, giornalista sequestrato durante la guerra in Libano per un periodo di 628 giorni. L”8 Marzo 1986, Normandin fu sequestrato à Beyrouth da un gruppo armato insieme ad altri tre giornalisti francesi: George Hansen, Philippe Rochot e Aurel Cornea. I primi due furono liberati dopo tre mesi, nel Giungo dell”86, Aurel Cornea nel Novembre dello stesso anno, mentre Jean-Louis dovette aspettare fino al 27 Novembre del 1987. È da rimarcare che nel periodo tra il 1982 e il 1992, ci furono più di 150 rapimenti in Libano effettuati da una trentina di gruppi rivoluzionari, ,e tra gli ostaggi, 10 conobbero la morte.

Il suo racconto è stato estremamente intenso e ricco di emozioni che riaffioravano mano a mano che la narrazione procedeva, irrompendo nella descrizione dei fatti. Non si è trattato pertanto di un racconto lineare degli eventi accaduti, ma di una testimonianza diretta e intensa della difficoltà di elaborazione di un evento come quello della presa in ostaggio, carico di tutte quelle problematiche di cui si è trattato in precedenza. La platea era in ascolto in un totale silenzio e attenzione e, al termine dell”esposizione, le domande erano talmente numerose, da dover essere a un certo punto interrotte, per motivi di tempo. Uno degli elementi che mi ha maggiormente colpito della sua testimonianza è stata la sua reazione nella fase di sequela. Pochi mesi dopo la liberazione, infatti, il giornalista ha deciso di ripartire in territori di guerra per creare dei reportage su degli ostaggi appena liberati. La visione del comportamento di accanimento sull”informazione degli altri giornalisti nei confronti delle vittime, privo di rispetto e comprensione, ha generato in lui una forte reazione che lo ha portato a interrogarsi su sé stesso e sul suo mestiere. Solo tredici anni dopo Jean-Louis ha capito che per riuscire ad arrivare al nodo problematico che lo affliggeva era necessario tornare sul “terreno delicato” del trauma, per tentare, finalmente, di affrontarlo. Ed è solo dopo essere entrato in terapia e aver fatto riaffiorare l”evento con tutta la sua carica di sofferenza, che il racconto di Normandin è riuscito a colorarsi di tutte le emozioni connesse e ad essere da lui sentito maggiormente come la Sua storia.

L”ultimo intervento intende concludere e completare l”analisi della tematica della presa in ostaggio, considerandola sotto un nuovo punto di vista non trascurabile: quello legislativo. L”intervento, tenuto dall”avvocato parigino Francis Chouraqui, è per l”appunto intitolato “Actualités legislatives à propos des otages”(Le attualità legislative riguardanti gli ostaggi).

Alla conclusione del convegno il presidente dell”ALFEST François Lebigot ringrazia i relatori del prezioso contributo e dà l”appuntamento alla prossima journée scientifique dell”ALFEST, che si terrà il 10, 11 e 12 Giugno del prossimo anno, dal titolo “Le trauma: un symptôme de notre civilisation” (Il trauma: un sintomo della nostra civilizzazione)

Francesca Giordano

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