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Un paziente Bipolare; un caso clinico rovesciato. Dove la matematica è un’opinione

Statisticamente tutto si spiega
Personalmente tutto si complica
Daniel Pennac


Autore
: Roberto Marino, Psichiatra Centro Eos

Sempre con maggior frequenza, la variabile che stabilisce quale cura intraprendere è  la malattia di cui il paziente soffre. Se il soggetto è affetto da una sindrome bipolare si dovrà procedere in un modo, se affetto da episodio depressivo in un altro e così via. La vita del soggetto sofferente e il terapeuta fanno da sfondo quasi insignificante. Il terapeuta assume poi valore unicamente per mettere in luce che gli altri sono meno bravi di noi nel porre la corretta diagnosi; passo fondamentale per capire, appunto, quale terapia impostare.

Frequentando vari congressi diventa un cliché ascoltare, se pur di volta in volta diversamente declinata, la seguente frase: “il paziente x, è stato visto da cinque terapeuti che hanno formulato altrettante diagnosi differenti; io ho capito che si trattava in realtà  di …..”

Ovviamente l’implicito di tale frase non è che ogni terapeuta ha visto una sfaccettatura del soggetto che risuonava in se stesso, ma che gli altri hanno semplicemente sbagliato; ciò in quanto la realtà (e non meno quella della patologia psichica) è unica ed incorruttibile.

Questo modo di pensare abilita a realtà assoluta l’innumerevole serie di studi in cui attraverso un numero numericamente significativo di pazienti, considerati un unicum in quanto portatori della medesima patologia, si individuano le strategie terapeutiche adatte alla patologia in oggetto. Così facendo si tralasciano variabili a volte altrettanto significative, come appunto il terapeuta o la vita della persona sofferente.

Ma cosa succede se rovesciamo il caso clinico per cui la variabile diventa il terapeuta? Non più numerosi pazienti per “il terapeuta ideale” che applica le linee guida, ma un paziente ideale che sdoppia la propria vita per più terapeuti.

Prima variabile: Luigi

Marco, un ragazzo di 25 anni, si reca dal terapeuta Luigi per sottoporgli il proprio caso clinico.

Marco riferisce di avere un padre in cura per ciclotimia. La madre non ha patologie psichiche in anamnesi. Marco ha una infanzia senza particolari problemi, va a scuola e si iscrive a ingegneria. Dall’età di 18 anni riferisce alternanza di periodi in cui rimane chiuso in casa, sdraiato sul divano, anedonico e triste, alternati a periodi di esuberanza, in cui riesce ad avere più lavori contemporanei, uscire ogni sera facendo le ore piccole, e, non da ultimo, commettere gesti antisociali. I periodi di tristezza ed esaltazione si alternano con una frequenza e una ritmicità che, all’analisi attenta di Luigi, non sfuggono. Se poi aggiungiamo la familiarità per disturbi psichici dovuta alla ciclotimia del padre la diagnosi è certa: bipolare con episodi depressivi medi ed episodi ipomaniacali. Trovata la diagnosi la cura vien da se: stabilizzatore del tono dell’umore, neurolettici di ultima generazione.

In effetti Marco, da quando assume i farmaci suggeriti dalle linee guida, non alterna più periodi di tristezza ed ipomaniacalità. A distanza di tre anni ha interrotto la relazione sentimentale in essere alla presa in carico da parte di Luigi, ma ha un lavoro stabile come dipendente, non fa più le ore piccole e gli episodi ipomaniacali, con i conseguenti gesti antisociali, sono scomparsi. Certo all’attento esame clinico del terapeuta non sfugge una minima lentezza del flusso idetico e la assenza di iperbole della logicità ma ciò è attribuibile da un lato ad un accettabile effetto collaterale dei farmaci e dall’altro all’assenza di allentamento dei nessi logici. E’ riferita dal paziente una tristezza di base attribuibile all’umana condizione che, come indicano le recenti linee guida, non può essere compensata con antidepressivi per il rischio di scompenso maniacale (bei tempi quando le molecole antidepressive avevano quasi tutte il brendt e gli studi di sicurezza d’uso nei pazienti bipolari non lasciavano spazio a dubbi. Ora sembra che questa sicurezza sia posseduta solo dai neurolettici di seconda generazione, ossia quelli provvisti di brendt. Forse è il brendt che rende il farmaco sicuro e non la molecola?)

Seconda variabile: Fabrizio

Marco, un ragazzo di 25 anni, si reca dal terapeuta Fabrizio per sottoporgli il proprio caso clinico.

Marco riferisce di avere un padre in cura per ciclotimia. Tale problematica rende difficili i rapporti fra il padre e la madre che litigano spesso minacciando il divorzio. Marco ha una infanzia senza particolari problemi, va a scuola e si iscrive a ingegneria. Dall’età di 18 anni riferisce alternanza di periodi in cui rimane chiuso in casa, sdraiato sul divano, anedonico e triste, alternati a periodi di esuberanza, in cui riesce ad avere più lavori contemporanei, uscire ogni sera facendo le ore piccole, commettere gesti antisociali che inizialmente vanno ben oltre la legalità. All’inizio della terapia, questa volta basata sulla parola e su un antidepressivo che sarà sospeso dopo circa in anno e mezzo, Marco ha paura di “diventare grande” per paura di diventare come il padre. Questi è definito come un uomo per lo più triste, con una relazione matrimoniale burrascosa, che si rifugia nel lavoro da dipendente cercando una serenità che non trova in casa. Anche i rapporti fra il padre ed il figlio unico non sono dei migliori e sembrano regolati da una forte alternanza di stati d’animo. Marco ora è il figlio ideale che ogni uomo vorrebbe, ora è un demonio che non combinerà mai nulla nella vita.

La mamma da quando ha perso il lavoro si sente triste e frustrata e mette in guardia il figlio dal lavorare con la ragazza (con la quale ha in mente di aprire una ditta).

Insomma Marco non si sente supportato e stabilizzato nel funzionamento del proprio Se e non riesce a trovare un equilibrio. Passa così periodi in cui si sente iper-stimato e competente: intrattiene brillanti relazioni sociali, utilizza le proprie capacità informatiche per svolgere lavori difficili ma ben retribuiti, ha una relazione con una ragazza che abita distante e che gli offre la possibilità di viaggiare. Ci sono poi i periodi in cui si sente una nullità e si chiude in casa, triste, senza riuscire a compiere nessun lavoro ne riuscire ad avere rapporti sociali soddisfacenti.

Il lungo e faticoso lavoro con Fabrizio permette a Marco di comprendere quanto le figure introiettate dei genitori svolgano un ruolo fondamentale nei suoi cambiamenti di stato d’animo. I genitore fisici sembrano inconsapevoli burattinai che, con il loro operare, muovono i fili delle figure introiettate generando periodi di benessere o malessere.

Inoltre Marco ha scelto come compagna di vita una ragazza che sembra fare da volano alle alternanze dell’esperire di Marco creando una instabilità di rapporto inizialmente confusa con l’unica possibilità di non ricreare l’esperienza genitoriale.

Considerazioni queste che non impediscono alla coppia paziente-terapeuta di rendersi conto di come altri eventi contingenti esterni possano svolgano il ruolo di coautori del teatrino interno.

Crescendo, e forse anche con l’aiuto di Fabrizio, Marco impiega la sua esuberanza non più per mettere in atto gesti contro il patrimonio e truffe, ma per avviare una produzione artistica che riscuoterà apprezzamenti dalle americhe (in verità negli Stati Uniti) alle indie ove comincerà una piccola esportazione delle proprie opere d’arte. Dopo tre anni di terapia lavora stabilmente come ricercato libero professionista nel campo informatico. Ha interrotto la relazione sentimentale in quanto si è reso conto che al momento la ragazza che frequentava non è in grado di offrirgli quella stabilità e quelle prospettive di vita che sente sue; le buone prospettive di una vita familiare che può essere scevra da molti dei problemi che assillano i suoi genitori. Le alternanze di stati depressivi e ipomaniacali sembrano essere un ricordo che ha lasciato il posto alle normali alternanze di stati d’animo di ogni sano essere umano.

Il Caso esposto con le sue variabili non vuol dire che si possa trasporre quanto analizzato in questo/i caso/i ad ogni sindrome bipolare. Così facendo metteremmo in atto la stessa innocenza di chi crede di poter comprendere la sofferenza psichica da analisi statistiche.

Con ciò si vuole solo intendere che a volte complicarsi la vita da terapeuti entrando nella vita personale del paziente vuol dire aiutare chi ci sta di fronte a semplificare la propria ed  a vivere meglio.

Bibliografia

Pennac Daniel, Diario di Scuola, Ed Feltrinelli 2008

Petrella Fausto, Turbamenti Affettivi ed Alterazioni dell’Esperienza, Cortina Editore, 1993