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Comunicare col bambino nel dolore e del dolore: il caso di una diade padre – figlio

Autore(i): Sara Giugni, Marta Mussi – Psicologhe Centro Eos


INTRODUZIONE

La perdita di una persona cara rappresenta una delle esperienze più dolorose che l’essere umano può provare. La nuova vita senza la persona amata è qualcosa di completamente diverso, di nuovo; di talmente doloroso da modificare gli orizzonti psicologici della persona rimasta in vita.  Se per l’adulto un tale lutto appare come qualcosa d’inconsolabile, per il bambino la perdita di un genitore acquista dimensioni catastrofiche.

Se pensiamo al dolore causato dalla perdita di una persona a noi vicina, ai cambiamenti che può portare nella nostra vita, possiamo solo lontanamente immaginare che significati possa avere la perdita di un genitore di riferimento in un bambino piccolo, che dipende quasi totalmente da questa figura, sua principale fonte di sostentamento, sicurezza e affetto.

La morte di un genitore ha un effetto così devastante sul senso di sicurezza personale del bambino che spesso è impossibile stabilire il confine tra il sentimento di dolore e di trauma. Entrambi i processi sono intrinsecamente connessi tra loro.

Come afferma Erna Furman: “Non esistono morti tranquille per i genitori di bambini piccoli. Ogni qual volta che diciamo ‘il suo genitore è morto’ esprimiamo l’inevitabile orrore e la tragedia che una tale morte rappresenta” [1974, 102].

Per prima cosa ciò significa che la morte in queste occasioni è quasi sempre prematura, e che di conseguenza porta con sé una reale impreparazione ad affrontare tale situazione, sia da parte dell’adulto che da parte del piccolo.

Quest’ultimo infatti si vede improvvisamente privato di colui che fino a quel momento era presente, sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista affettivo. Da quel momento in poi per il bambino verrà meno il senso di sicurezza e di certezza che il genitore fino ad allora era in grado di rimandargli, procurando così in lui una ferita all’integrità e alla continuità del senso di sé del bambino [Bowbly 1980, Pynoos, Steinberg e Piacentini 1999].

Secondo Bowlby (1980) di qualunque natura sia la morte di un genitore, se questa avviene prima dei 5 anni del bambino, si può parlare di “ trauma della perdita”, in quanto egli non ha ancora stabilito un senso del Sé autonomo relativamente indipendente dalla protezione del genitore, in aggiunta secondo Hofer (1996, 2003) il dolore prematuro è traumatico in sé, perché il bambino non possiede né meccanismi emotivi, né cognitivi, per sostenere un senso di sé organizzato e coerente per affrontare il dolore.

Il genitore rimasto in vita dal canto suo deve adempiere a molti altri ruoli che prima della morte del coniuge non erano di sua competenza. Lutto e capovolgimento della precedente quotidianità accomunano il genitore e il piccolo rimasto in vita. Entrambi infatti oltre a dover affrontare un dolore che li accomuna si trovano ad adeguare  nuovi ritmi e abitudini, e quindi a pianificare lentamente una nuova quotidianità.

IL DOLORE DEL BAMBINO ED IL DOLORE DEL GENITORE

 

A differenza dell’adulto, nel bambino, la reazione al dolore è meno immediata, meno intuitiva. Se il primo generalmente manifesta espressamente il suo disagio in forme più evidenti, il secondo, spesso, esprime il dolore in tempi brevi, ristretti, e spesso intervallati dal gioco e da altre attività (Wolfenstein 1966), proprio a causa della sua limitata capacità di tollerare una forte emozione negativa (Short Sadness Span), alimentando, così, la speranza dell’adulto che il bambino si sia dimenticato della morte e che non sia realmente disperato.

Il genitore in vita sarebbe la persona più indicata per aiutare il bambino nel processo di elaborazione del lutto, spesso, però, può capitare che egli sia totalmente immerso nel proprio dolore per rendersi conto o per dare la giusta importanza al dolore del bambino piccolo.

Può capitare che il genitore fornisca spiegazioni che non corrispondono a ciò che il bambino ha visto o ha sentito, creando in lui confusione sull’evento e conflitto nel suo mondo interno e nelle sue rappresentazioni. Ciò è dovuto alla diversità tra il suo modo di sentire e di percepire e quello spiegato dall’adulto.

Le risposte date dagli adulti, che risultano incongruenti col mondo interno del bambino e, in taluni casi, il modo diverso che hanno i due di affrontare il dolore, sono fonte di malintesi e di tensioni interni anche alla vita famigliare.

Nel nostro intervento è stato necessario e fondamentale mettere in comunicazione il mondo dell’adulto col mondo del bambino per evitare, o  affrontare in modo costruttivo conflitti e incomprensioni insorti.

Luca e Paolo hanno perso rispettivamente madre ed ex moglie a causa del suicidio della donna.

Il processo di elaborazione del lutto e di gestione del dolore di Paolo e di Luca sembra seguire direzioni differenti in diversi aspetti della loro vita; diverse sono le occasioni che evidenziano la differenza in questo processo: Luca richiede la foto della mamma da tenere sul comodino, mentre Paolo preferisce evitare di guardare foto della ex moglie, tanto da chiedere a noi se è il caso di dare al bambino una foto della mamma. Chiediamo al papà di assecondare le richieste del figlio, è importante, a nostro avviso, che Luca comprenda cosa è accaduto alla mamma utilizzando le proprie risorse e i propri tempi.

Paolo è molto comprensivo tanto che creerà lui stesso una cornice per il bambino con la foto della mamma, con la quale il bimbo si ritroverà a dialogare la sera prima di addormentarsi.

Un altro esempio di come viene gestito il dolore nella diade padre-figlio ci viene presentato fin dai primi incontri: Paolo ci espone un problema che non sa come affrontare, ovvero la richiesta di Luca di andare a trovare la mamma al cimitero. In questo caso ci appare spaventato più il papà che il bambino nell’affrontare questo momento che prima o poi dovrà accadere. Il nostro parere è che essendo una richiesta diretta di Luca, essa vada esaurita, è giusto che il bambino si chiarisca le idee riguardo a dove si trova la mamma e possa crearsi giuste deduzioni insieme all’aiuto col papà.

DALL’ ELABORAZIONE DEL DOLORE ALLA NUOVA QUOTIDIANITA’

La situazione traumatica improvvisa, il cambio radicale della quotidianità, la perdita del genitore che provvedeva alle sue abituali cure quotidiane e il tentativo forzato del genitore in vita di voler e dover ricominciare da subito in un altro e nuovo modo, generano nei bambini, come nel piccolo Luca, reazioni di dolore e di forte senso di abbandono.

Luca a soli 5 anni si  trova in modo improvviso e violento a dovere fare i conti con una  dura e nuova  realtà: la mancanza improvvisa della figura materna, l’inizio di una nuova e impegnativa quotidianità .

Nonostante il padre continui ad essere una figura disponibile e presente, per Luca, come per qualsiasi altro bambino della sua età, le figure di attaccamento non sono interscambiabili, ognuna di queste è un insieme particolare di esperienze cariche emotivamente che non possono essere trasferite rapidamente e in modo indolore ad un’altra persona che lo accudisce. Ciò che ne deriva è un grande sentimento di dolore, di lutto e  di perdita.

La necessità del dover ricominciare da subito una nuova vita con tempi ed esigenze differenti non permettono al piccolo Luca di potersi fermare ad elaborare l’esperienza della perdita. Il nascente legame famigliare prevede un padre presente, ma afflitto, traumatizzato, forse non  in grado di dare il giusto peso al dolore di un bambino così piccolo. La persona con cui Luca si ritrova a vivere è anche colui che è rimasto profondamente colpito dalla morte del genitore e che cerca di celarla con ogni mezzo per evitare un ulteriore sofferenza al piccolo.

Il genitore in vita si costruisce una corazza difensiva che lo possa salvare dall’angoscia e dalla disperazione. Negare la realtà, sua e del piccolo, è l’unico mezzo di sopravvivenza che gli sembra rimanere a disposizione.

Non parlare della madre, evitare gli argomenti connessi alla sua morte, posticipare sempre di più la visita al cimitero sembrerebbero essere reazioni difensive e di conseguenza protettive nei confronti del piccolo e dell’adulto stesso. La assenza di comunicazione verbale tra i due riflette l’assenza di una dimensione comunicativa interiore. Il padre infatti sembra non accorgersi dell’evidente regressione nello sviluppo del figlio.

Risulta essere molto difficile per il genitore ammettere che delle regressioni simili da parte del figlio siano dovute ad una reale esigenza di accudimento, di supporto emotivo ulteriore che il padre, sia per ragioni difensive che pratiche, in questo momento non è in grado di dare.

Il piccolo Luca sembra non essere in grado di esprimere apertamente il proprio dolore forse a causa della giovane età, o forse per il fatto che il modello di genitore rimasto in vita non lo facilitava nell’elaborazione del lutto.

Questa situazione si è venuta a creare anche a causa dell’adulto stesso che si trovava in difficoltà a gestire il proprio dolore; la negazione della realtà sembrava infatti essere l’unica ancora di salvataggio per i due.

Il ritorno ad una vita “normale”, con una nuova compagna ed una nuova famiglia, sembrerebbe riflettere lo stato psico-emotivo del genitore Paolo: la forte voglia di ricominciare, di cancellare il passato, e di conseguenza il dolore e il lutto, lo portano a proiettarsi verso un futuro diverso, più accogliente per lui e per il piccolo Luca. Quest’ultimo segue il padre nel nuovo viaggio, lo accontenta come un bambino della sua età potrebbe fare, continua a comportarsi da specchio dell’adulto perché lui è la sua guida, il genitore rimasto in vita, colui che lo accudisce e che si batte per non farlo soffrire, sia nel bene che nel male.

UN CASO CLINICO

 

Febbraio: il centro EOS viene contattato da un’assistente sociale che chiede un intervento su un nucleo famigliare composto da padre e figlio che hanno perso, rispettivamente, l’ex moglie e la madre in seguito ad un suicidio.

Da questa assistente sociale ci viene introdotto l’evento, e tramite lei veniamo messi in contatto con la famiglia.

La richiesta del padre, che sottolinea di non avere difficoltà nell’affrontare il lutto della ex moglie, è quella di supporto per il figlio i 5 anni, con una prima esplicita domanda: chiede a noi di comunicare al bambino la morte della madre.

Nel primo contatto telefonico ci accordiamo col padre Paolo per un incontro iniziale senza il bambino, un’ esigenza che nasce dal fatto che il piccolo non è ancora al corrente della morte della mamma. Da parte nostra c’è il bisogno di raccogliere elementi per un’attenta analisi della domanda e per comprendere quali dinamiche sono presenti all’interno del nucleo familiare. Dopo un primo momento di perplessità, Paolo accetta di vederci.

Nel primo incontro affrontiamo con Paolo la richiesta che ha rivolto a noi di comunicare al bambino la morte della madre. Il dubbio del padre riguarda sia il momento in cui comunicare al figlio il lutto (il piccolo è convinto che la madre sia in ospedale), sia se farlo da solo o con noi, piuttosto che con i nonni.

Paolo comprende che la persona più indicata per comunicare al figlio questa delicata notizia è proprio lui: la persona più intimamente vicina al bambino.

Tale momento segna l’inizio della condivisione di un “nuovo” sentimento che accompagnerà la nuova famiglia: il dolore per la morte della mamma/moglie.

Si verrà a creare un nuovo riassetto dei ruoli: il bambino riconoscerà il padre come genitore di riferimento ed egli stesso si riconoscerà in questo ruolo.

In seguito affrontiamo con Paolo anche la tematica del suicidio della moglie, riteniamo importante sia comunicato al bambino. Tuttavia il padre decide di non dare questa notizia al bambino fino a che non avrà raggiunto l’età adulta. Paolo ci dirà successivamente che si è limitato a dire al figlio che la mamma: “è andata in cielo”.

La sensazione è che il padre abbia tentato di preservare eccessivamente Luca da ciò che era accaduto. A conferma di questa sensazione la dinamica di quasi tutti i nostri incontri con loro è stata la seguente: arrivavamo prima che Luca andasse a letto, lo salutavamo al momento della nanna e continuavamo la conversazione col padre. Come se ciò che era accaduto potesse essere affrontato solo quando Luca era in uno stato di non coscienza.

Tuttavia tale iperprotettività del padre è comprensibile se si tiene in conto la travagliata storia famigliare. Dopo un lungo fidanzamento i due genitori si sposano e nasce Luca, la madre aveva già avuto, a detta del marito, momenti di depressione che erano peggiorati nell’ultimo periodo. Il rapporto di coppia peggiora portando alla separazione dei due quando il figlio aveva pochi anni di vita.

Per fare in modo che il padre non stesse troppo lontano da Luca prendono due appartamenti in due palazzine diverse ma limitrofe.

Il giorno del suicidio della madre il bambino si trovava col padre. La nonna materna la prima ad allarmatasi contatta il padre che si reca a casa della ex moglie trovandone il corpo.

Inizialmente al bambino viene raccontato che la madre non è stata bene ed è ricoverata in ospedale.

La rabbia di Paolo per la madre è molto forte ed ha radici precedenti all’evento traumatico, in particolare dovuta alla scelta della donna di separarsi trovandosi  un altro uomo

Ci viene però riferito che nell’ultimo periodo di vita della madre c’era stato un riavvicinamento tra i due “ex”, anche se questo fatto, ci riporta Paolo, era già avvenuto altre volte nei momenti di solitudine della donna.

La quotidianità di questa famiglia viene stravolta, il bambino che ha sempre abitato con la mamma ora si trova a vivere col papà e le sue abitudini cambiano radicalmente.

Per Paolo l’organizzazione della vita quotidiana appare di primaria importanza. Lavorando lontano da casa è costretto ad alzarsi alle 4 di mattina, a svegliare anche il bambino per portarlo da una baby sitter che poi lo accompagna all’asilo ove resta fino alle 17,30. L’ora di andare a letto, la sera, arriva per loro molto presto.

Ogni tanto Paolo chiede supporto ai nonni paterni, che sembrano essere molto disponibili, ma teme di sovraccaricarli.

Durante il secondo incontro ci fermiamo a cena e conosciamo Luca che appare subito in grado di socializzare con noi. Dopo un primo momento di imbarazzo ci presenta i suoi giochi e ci coinvolge nelle sue attività. E’ in grado di scrivere qualche parola e il linguaggio è adeguato all’età.

Non sembra mancargli l’appetito, e a questo proposito il padre ci racconta di come si sia accorto che il figlio fosse trascurato dalla madre dal punto di vista alimentare essendo nutrito spesso con omogeneizzati. In effetti nel corso del nostro intervento abbiamo notato un progressivo aumento di peso del bambino, probabilmente dovuto alla corretta alimentazione.

Il bambino sembra adempiere ad ogni richiesta di responsabilità che arriva da parte del papà che dal punto di vista delle regole appare, a volte, troppo rigido.

Scopriamo che parlano poco della mamma perché il papà non vuole farsi veder piangere dal bambino, e che raramente il bambino si sente legittimato ad esprimere le proprie emozioni, angosce e dubbi che riguardo la scomparsa della figura materna, trattenendo a sua volta il pianto.

Dopo un primo periodo il comportamento del bambino regredisce: enuresi, linguaggio e comportamento cambiano, diventano infantili e a scuola, a volte, dispensa morsi ai compagni.

Parlando col padre affrontiamo queste tematiche cercando di capire insieme a lui quale comportamento debba tenere. La ricomparsa del “baby talk” e la perdita del controllo degli sfinteri sono vissuti dal genitore in vita come una gelosia per la cuginetta più piccola e come una semplice pigrizia.

Consigliamo di non sgridare Luca per l’enuresi, ma di accogliere con delicatezza e dolcezza questi che sono segnali di disagio del bambino; qualsiasi origine abbiano.

Allo stesso modo ci approcciamo al problema della regressione del linguaggio cercando di capire se è un comportamento circoscritto all’ambiente di casa , come in effetti si rivelerà, o se è diffuso anche in altri luoghi, come l’asilo e l’abitazione dei nonni.

Per meglio comprendere la problematica fissiamo un un incontro con le maestre di Luca per capire se ci sono stati cambiamenti nel comportamento del bambino anche all’asilo. Le educatrici dell’asilo si sono rivelate molto disponibili e attente alle esigenze dei diversi bambini. Ci descrivono Luca come un bambino dolce, ma con una difficoltà di attenzione e concentrazione che lo rende ultimamente particolarmente attivo e di difficile  gestione in situazioni di gruppo. Ne è infatti la prova la videoregistrazione della recita che il padre ci mostrerà: Luca si dimena continuamente, mostra agitazione e una certa distraibilità rispetto ai compagni della stessa età.

Le educatrici ci riferiscono che spesso Luca dice hai compagni che la mamma è andata in cielo; mentre è capitato che si sia confidato una volta sola con un’ educatrice; le racconta che la sua mamma è in cielo, ma il discorso è limitato e stretto. Non sembra chiedere ne rassicurazioni ne giustificazioni, il suo è  un semplice e ristretto sfogo.

CONCLUSIONE

 

Buona parte dei sei mesi di intervento è stata dedicata alla comunicazione padre-figlio, al supporto psicologico del primo, soprattutto per quel che riguarda la gestione emotiva e pratica del bambino, e al monitoraggio dei comportamenti del secondo in seguito all’evento traumatico.

La regressione nel bambino è stato un fattore fondamentale che ci ha permesso di cogliere l’espressione della sua sofferenza, fino ad allora mascherata, di un bambino troppo impegnato a ritrovare una propria collocazione fisica e psichica in un nuovo ambiente con una nuova figura di riferimento. Ci è apparsa, inoltre, come una richiesta di attenzione ristretta all’ambiente famigliare, che ha fatto la sua comparsa solo in seguito al primo momento di adattamento e conoscenza della nuova quotidianità, come se dopo essersi accertato di poter soddisfare i bisogni primari di sopravvivenza e di sicurezza egli abbia potuto dedicarsi alla elaborazione del lutto e alla ricerca della soddisfazione delle proprie esigenze affettive, con una esplicita richiesta di accudimento.

Essere presenti fin dai primi momenti di cambiamento della quotidianità in questa diade ci ha permesso di osservare il decorso stesso delle risposte allo stravolgimento dei due membri della famiglia, di porre la giusta attenzione ai segnali di cambiamento del padre, ma soprattutto del bambino, che ha manifestato attraverso il suo comportamento diverse esigenze, di poterle cogliere e presentare al padre sostenendolo in questo percorso di supporto del figlio.

Permettere la comunicazione genitore-bambino, anche su tematiche riguardanti la  morte della madre, ha dato modo al bambino di poter legittimare tutti quei dubbi riguardanti la tematica della morte e dar voce alle proprie domande, e ha fatto sì che emergessero e si manifestassero quelle emozioni che hanno potuto trovare contenimento nella figura paterna, e che sarebbero potute altrimenti restare represse nel sentire del bambino. Le enormi risorse dei bambini possono aiutarli a far fronte a situazioni stressanti e drammatiche. E’ in questi casi necessario il sostegno e l’incoraggiamento dell’adulto fidato.

Tutto il lavoro di mediazione comunicativa tra padre e figlio, ha permesso al bambino di sentire insieme al padre un dolore che appariva ai suoi occhi incomprensibile, non espresso, tanto da non aver mai avuto reazioni di pianto nei primi mesi e di aver mantenuto inizialmente il comportamento di “piccolo adulto responsabile”, mai scomposto e mai turbato dal dolore della perdita.

Proprio per lo sviluppo repentino avvenuto in questo nucleo famigliare, dalla perdita di un membro all’acquisizione di altri due, è sembrato a noi fondamentale consigliare che il bambino potesse seguire un percorso terapeutico personale, per avere uno spazio tutto suo in cui potersi dedicare al ricollocamento di ogni avvenimento, e al significato di questo, nel suo percorso di vita.

BIBLIOGRAFIA

 

A.F. Lieberman – N.C. Compton P. Van Horn – C. Ghosh Ippen (2007) “Il lutto infantile”, Il Mulino.

Furman E. (1974) “A child’s parent dies: Studies in childhoon bereavement”,  New Hawen, CT, Yale University Press.

Marelli C. J.; Perrucci. (2008) V. “Quale approccio nel periodo post-immediato nelle sindromi psicotraumatiche?”, Symbolon 2008 www.psicotraumatologia.eu