Il Buono, il Brutto e il Cattivo – Il Giudice[1], l’Esperto e il Profugo – ITA

Autore(i): Luc A.J.M. QUINTYN. Consigliere Psicologo, Ministero dell’Interno – Ufficio della Commissione Generale per i Rifugiati e gli Apolidi – Belgio
 Un’analisi del Disturbo Post-Traumatico da Stress come vissuto dal Profugo /Referti medici / Dati di attendibilità derivanti da indagini mediche

Gli psicologi hanno “comportamenti e relazioni” come ambito dei loro studi scientifici. Da psicologo, non ho mai trovato una descrizione esistenziale migliore e più bella riguardante le relazioni umane di quella presente nel lavoro dell’autore ebreo Martin Buber. Il titolo del suo libro “Ich und du” – “Io e tu” rimanda al cuore del suo pensiero. Il senso e il significato completo della nostra esistenza sembra giacere nella dinamica di queste due parole.
E’ bene credere in un ideale assoluto di relazione perfetta in cui l’emancipazione dell’altra persona costituisce la vera porta alla felicità. Il mio credo in questo ideale probabilmente mi protegge dalla realtà di quello stesso ideale nella vita di tutti i giorni. Sfortunatamente, la realtà è abbastanza differente e molto, molto più complessa.

Di quale tipo di relazione stiamo parlando?


Il Giudice e il Profugo

Innanzitutto il giudice nella procedura di richiesta di asilo politico:
I giudici, come parte di un sistema organizzato, nelle procedure di richiesta di asilo devono rispettare un corpo di leggi, istruzioni e accordi nazionali e internazionali, e contemporaneamente ne sono protetti. I lunghi anni di lavoro in diversi tribunali, e anche l’amicizia personale con alcuni giudici, mi hanno insegnato comunque che i giudici sono anche esseri umani. Fin qui tutto bene e il giudice nell’espletamento delle sue funzioni dovrebbe essere OK e pronto a confrontarsi con chi richiede asilo.
Ma cosa significa “essere OK”?.
Apparentemente protetti da tutti gli strumenti della legge e dalla loro indipendenza funzionale, i giudici spesso si confrontano con la disperazione ed il dolore del migrante che compare davanti ad un tribunale.
Da agnostico, tengo la Bibbia in seria considerazione e voglio citare qui le enigmatiche parole del Libro dei Giudici: “Non toccare le vittime impunite”.
Così, nel lavoro quotidiano, non ci sono solamente elementi oggettivi da ponderare ma anche elementi soggettivi da prendere in considerazione nella decisione finale. Ecco un esempio, un piccolissimo problema che però non dovrebbe essere sottovalutato nel lavoro: la valutazione del livello di verità nella storia del profugo. E, in quanto psicologo, sono fortemente interessato al modo in cui si affronta questo problema. Lo si ignora? Fa arrabbiare? Si scontra con le proprie opinioni personali riguardo ciò che è da considerarsi vero? Lo si comprende, partendo dalla posizione del profugo? Ciascun giudice ha una propria idea ed una propria reazione o esiste una posizione comune fra colleghi nello stesso tribunale?
Sto parlando solo del minuscolo problema della verità nell’intero processo di gestione di un caso. E non dirò nulla a proposito delle dozzine di altri problemi psicologici e fonti di pressione nel lavoro di un giudice quali ad esempio: si è sufficientemente rispettati e pagati dall’autorità? Quale motivazione spinge a dedicarsi ad un simile lavoro? In quale misura si è professionalmente preparati per capire e spiegare i differenti modelli culturali e le conseguenti reazioni della popolazione dei profughi? Come si affrontano i propri dubbi? Il trauma vicariante esiste anche fra i giudici ed eventualmente fra il personale di un tribunale? Ecc. ecc…
Non è necessario ricordare in questa sede che le decisioni in questo ambito possono comportare conseguenze tremende per il migrante “in quanto tale”, ma anche per la società e per l’intero sistema politico ed economico nel quale lavoriamo. Ed ora tocchiamo questo punto: io non ho risposte chiare alle domande su quanto siano forti la pressione e lo stress che derivano dall’opinione pubblica in questo genere di lavoro. Ad esempio: i differenti punti di vista in materia di ospitalità al profugo delle Organizzazioni Non Governative nelle nostre nazioni rispetto alle politiche ufficiali dell’Europa.
Ci possono quindi essere delle ragioni per le quali il giudice durante il suo lavoro non è poi così OK.
Guardiamo ora al problema dal vertice opposto della relazione: il candidato rifugiato che chiede asilo.
Comunemente è accettata l’idea che il migrante non è OK. Il solo status di “rifugiato” sembra dare l’etichetta di “non OK”, non a posto. Ma è così? I migranti sono davvero “non a posto”? Necessariamente, essi hanno le loro aspettative ansiose, le loro fragili speranze, le loro paure; e la mia esperienza con queste persone mi ha insegnato che nessuno di loro trascorre una notte riposante prima del giorno della loro comparsa in tribunale o di un interrogatorio. Ma questo non ci dà il diritto di generalizzare e sostenere che quindi l’intera popolazione dei rifugiati non è “a posto”. Secondo me, è un atteggiamento piuttosto denigratorio nei confronti di questa popolazione. Come ho detto prima, e, sfortunatamente, nel modo in cui spesso qualche ONG utilizza questo concetto. Io credo fermamente che sostenere tali dichiarazioni ha un nome: io lo chiamo “paternalismo”.
Ed il paternalismo è sempre legato ad abusi di potere. Non bisogna dimenticare che un gran numero di questi candidati all’asilo è vittima di un abuso di potere. Abusi di potere perpetrati da uomini, da macchine o da disastri naturali o economici.
D’altro canto, secondo un punto di vista scientifico, non sarebbe onesto ignorare che alcuni di questi candidati all’asilo hanno problemi psicologici più o meno severi.
Quali sono i dati oggettivi di questo particolare aspetto?
Molte pubblicazioni scientifiche (e in questo ambito va un mio speciale encomio ai colleghi olandesi e tedeschi) forniscono un’incidenza di problemi mentali e psicologici fra i candidati all’asilo politico ed i rifugiati compresa fra il 19 ed il 44%. E, comunque, questi dati piuttosto scioccanti non possono in alcun modo costituire una ragione per “psicopatologizzare” l’intera popolazione. Molti migranti e rifugiati hanno una loro certa forza mentale e fruiscono di molte cure da parte di fornitori informali.
Fra colleghi, nel nostro lavoro quotidiano con i profughi, comunemente stimiamo che circa uno su cinque presenta qualche forma di disturbo mentale, più o meno severo e distribuito in modo Gaussiano. La particolare incertezza riguardo la loro situazione, le loro condizioni attuali di vita, le eventuali esperienze traumatiche, probabili disturbi mentali preesistenti nella loro personalità, ecc… tutti questi fattori possono causare e spiegare il più alto livello di disordini mentali e psicologici rispetto alla media della popolazione.
Dunque, che dire del famoso PTSD? Ci sarebbe molto da dire. Innanzitutto dobbiamo essere consapevoli che la moderna ricerca scientifica sull’impatto psicologico di eventi traumatici è molto recente. All’ISTSS[3] siamo sostanzialmente d’accordo nel sostenere che il 1980 segna l’inizio di una ricerca scientifica internazionale ed oggettiva in questo ambito. Più gli studi scientifici avanzano, più sappiamo che il PTSD, almeno nella sua forma più pura, è un fenomeno piuttosto raro. Il fatto che un qualunque essere umano normale vittima di un’esperienza traumatica risenta l’impatto di questa esperienza sulla propria personalità è un’idea comunemente accettata. L’approccio anglosassone postula che questa categoria di vittime ha “reazioni normali a situazioni abnormi”. Ogni persona normale che passa attraverso un’esperienza terribile necessita di un periodo di “assestamento”, per poter dare a questa esperienza un posto nella propria vita. Ma non è scientificamente corretto sostenere che tutte le persone che restano vittime di un’esperienza traumatica soffrono di PTSD dopo questo periodo di “assestamento”.
La psicopatologia e la psichiatria hanno le loro tendenze, o potrei dire mode. Quando ero studente, l’”antipsichiatria” era l’argomento principe nelle nostre università e nei nostri pub preferiti, poi fu la volta della “schizofrenia”, poi dell’”anoressia” e così via. Negli ultimi dieci anni, il PTSD è diventato il soggetto preferito della psicologia e ci sono molte buone ragioni alla base di ciò.
E’ possibile immaginare quale sollievo rappresenti per una vittima sentire di essere una persona normale dopo un’esperienza traumatica. Che non sta diventando pazza, che i disturbi del sonno, la mancanza di attenzione e concentrazione, i flashback, gli incubi, ecc., sarebbero reazioni normali a situazioni pesantemente abnormi. Un’altra ragione di questa vasta popolarità del tema della traumatologia risiede nel fatto che il trauma può colpire ciascuno di noi.
Per quanto mi riguarda, credo che l’apertura e la libertà di discutere su questi temi stimoli un “movimento di emancipazione delle vittime”.
A causa degli orrendi casi di pedofilia nella recente storia del Belgio, questo movimento di emancipazione della vittime è particolarmente forte nel mio Paese. Poteri dire: “in quanto tale, è una buona cosa”. Il rovescio della medaglia è meno luminoso. Nella difesa dei rifugiati, i legali del Belgio usano, e anche abusano, della constatazione che tutti quanti viviamo in una società altamente vittimizzata. Una piccola analisi degli ultimi 85 casi che mi sono stati sottoposti per il mio parere psicologico rileva che il termine PTSD era presente in ben il 76%. Senza dubbio, PTSD è la categoria diagnostica più presente nei certificati medici e psicologici riguardanti i rifugiati. Dovremmo forse prendere come ammonimento il fatto che persino i sacerdoti, gli operatori sociali, i vicini di buona volontà e i volontari utilizzino con così tanta facilità i concetti e le dinamiche piuttosto complessi del PTSD. Un’altra interessante osservazione che si evince dal mio studio consiste nell’osservazione che abbastanza spesso il concetto di PTSD appare per la prima volta solo alla fine di tutta la procedura di accoglienza del profugo e che, nella maggior parte dei casi, non ci sono indicazioni o propositi per un trattamento.
Un altro effetto collaterale della popolarità del concetto di PTSD consiste nella particolare sensibilità che i nostri assistenti sociali dimostrano, nel loro lavoro, riguardo le pratiche dei rifugiati quando in queste ultime compare la parola “PTSD”. Forse l’argomento di questo stesso lavoro poterebbe essere un altro effetto collaterale di questo fenomeno…
Fin qui tutto bene nella nostra breve e superficiale analisi sulla “relazione tra giudice e profugo”.
Il giudice è ok, il giudice non è ok – il profugo non è ok, il profugo è ok.
Dal momento che questa relazione non è sufficientemente complicata, il tema del congresso introduce una terza persona nella già complessa relazione fra giudice e profugo: l’esperto psicologo-psichiatra.
Prenderò in considerazione per prima la relazione fra giudice ed esperto:
Da quando le procedure legali utilizzano esperti come consulenti del tribunale, esiste una tensione fra i due attori. Questa tensione è particolarmente visibile nell’interazione fra psichiatra o psicologo come esperto e la corte.
Non ci sono dubbi che la tensione non ha a che fare con il problema di chi conduce il gioco. Nella mia lunga carriera come consulente ho sempre sentito questa tensione come molto più sottile.
La mia prima riflessione si applica all’interfaccia fra il linguaggio giuridico e quello psicologico. Entrambi sono sistemi autonomi e talvolta sono reciprocamente gelosi di questa autonomia. Il discorso legale dovrebbe essere trasparente e logico. Le domande poste agli esperti sono il più delle volte chiare e ben definite. Bene, questa chiarezza non appartiene mai, o solo raramente, allo psicologo. Il discorso psicologico è centrato su problemi affettivi, sull’ascolto, la spiegazione, l’interpretazione, il consiglio, e così via…
Tutto ciò diventa quanto di più importante per il consulente psicologo, rispetto alla concretezza delle risposte previste dalle domande della corte.
Una seconda riflessione: ho, a volte, il sentore che il mondo della giustizia ci richieda un grado di certezza uguale a quello di un esperimento di laboratorio. Le richieste positivistiche che pretendono di spiegare qualunque cosa rispetto ad una certa personalità sono completamente fuorvianti. In un certo senso, il consulente psicologo dovrebbe essere visto come un segno di mancanza di conoscenza. Anche quando noi esperti abbiamo serie difficoltà a formulare una risposta diretta alle domande che ci vengono poste, credo comunque che sia possibile trovare una risposta a queste domande nel funzionamento pratico di un sistema giuridico-psicologico. Nella realtà è così che funziona. La condizione basilare è che entrambi gli attori, e quindi entrambi i sistemi, siano consci che le risposte sono relative e che il discorso ha la dinamica di uno scambio, mostrando il massimo rispetto per il ruolo e le parole dell’altro.

Ed ora “l’esperto e il rifugiato”
Secondo me, esiste una minima differenza tra il consulente psicologo ed il giudice nel diretto contatto con la persona che richiede asilo. Insieme, nei nostri diversi obiettivi, ci confrontiamo con la stessa, delicatissima e preziosa materia: “un nostro simile”. Noi siamo altrettanto sensibili di chiunque altro allo stress quotidiano che il lavoro con questo gruppo così vulnerabile di persone può causare. Un piccolo esempio: una delle mie prime domande in qualunque consulenza è: “Come ha dormito la scorsa notte?”. Nessuno profugo ha mai risposto: “Bene”. E’ inevitabile che anche noi andiamo incontro in qualche misura a questa forma di stress. Ed è un illusione credere che le nostre lauree, la nostra esperienza, la nostra supposta sanità mentale siano sufficienti a proteggerci contro l’impatto dello stress o contro le parole enigmatiche della Bibbia: “Non toccare le vittime impunite”.
Come ho detto prima, considerata l’unicità della nostra cornice scientifica di riferimento, il “dubbio” è una dimensione essenziale della consulenza. Sono sicuro che si possa capire, ed anche sentire, l’aspetto costrittivo del lavoro del consulente psicologo.
Poche parole sul “rifugiato e lo psicologo”.
Dovrebbe essere chiaro che i candidati sono, nella maggior parte dei casi, fortemente stressati prima del nostro esame. Molto spesso occorre più di mezz’ora per spiegare la situazione e per rassicurare la persona che chiede asilo prima di poter cominciare il nostro lavoro vero e proprio. Qui di seguito riporto alcune delle ragioni per cui chi chiede asilo politico si sente stressato:

  • Attitudini culturali di avversione verso gli psicologi e gli psichiatri. Per esempio: un profugo proveniente dalla ex Unione Sovietica sembra essere particolarmente ansioso di fronte ad uno psichiatra, che gli ricorda gli abusi di potere subiti. Un profugo dall’Estremo Oriente sembra esprimere disagi psicologici nella forma della patologia psicosomatica. Ecc…
  • La forte paura e riluttanza a rievocare esperienze dolorose o il semplice fraintendimento che l’esame psicologico comporti anche un esame fisico è spesso percepito come una nuova violazione della propria integrità e, in quanto tale, vissuto come denigratorio.
  • Molto spesso, chi ricerca asilo politico percepisce l’impatto psicologico delle proprie esperienze sulla propria personalità come un argomento chiave ed una conferma nella gamma di motivazioni per legittimare la richiesta del proprio asilo. Spesso percepiscono qualunque cosa possa andare storto durante il colloquio psicologico come una vera e propria catastrofe personale.

Oltre ad altre ragioni che giustificano lo stress psicologico del candidato di fronte all’intervista del consulente psicologo, ci dobbiamo confrontare con un’altra attitudine osservata molto frequentemente. Chi chiede asilo unisce il termine “psicologo” al termine “aiuto”. Ed io mi rallegro che facciano questa associazione, ma forte è il loro disappunto quando mi sentono dire che non mi è permesso fornire loro aiuto psicologico.
In opposizione al fatto che i candidati all’asilo politico non ricevano aiuto concreto da noi consulenti psicologi durante il nostro lavoro, osserviamo una strana reazione alla fine del nostro incontro. Il profugo ci ringrazia profusamente per l’opportunità avuta di raccontare la propria storia. Molti fra loro esprimono questa gratitudine in modo molto più esplicito: “Ero così spaventato da tutto ciò ed ora invece mi sento meglio”.
Cosa possiamo imparare da queste semplici parole e, più specificatamente, che cosa è importante per il profugo rispetto alla propria storia di trauma psichico?
Per quanto un trauma possa essere sentito profondamente, le vittime di un incidente critico non soffrono solo per ciò che ha causato il loro dolore. Secondo me, soffrono anche per la perdita di capacità di strutturare ed organizzare il loro mondo dopo l’evento. Soffrono per l’incapacità di amare ancora. E infine soffrono per una mancanza di consapevolezza, di informazioni su quanto è esattamente accaduto e su cosa accadrà d’ora in poi. Ma soprattutto soffrono a causa di un approccio inappropriato da parte del loro ambiente. Con approccio inappropriato intendo un approccio carico di autorità. E tutti noi, consulenti e giudici, agli occhi di un profugo rappresentiamo l’autorità. Questo costituisce probabilmente il nostro limite maggiore e più comune nel nostro contatto con il “vero” profugo traumatizzato.
Considerare l’autorità della nostra posizione come un fattore protettivo ci può aiutare a sopravvivere mentalmente nel nostro lavoro. Sono d’accordo. Ma dovremmo essere consapevoli che in questo caso non avremo mai la possibilità di capire pienamente le dinamiche di un profugo vittima di traumi. D’altro canto, un giudice necessita di questa comprensione per giungere ad una decisione ben ponderata e lo psicologo ne ha bisogno per la propria consulenza.
Il nostro triangolo relazionale (profugo, giudice, consulente) sembra essere piuttosto complicato e questa complessità sembra correlarsi ad alcuni rischi seri sia per la qualità della nostra vita che per quella del nostro lavoro.
Esiste una soluzione? Se volete la mia opinione sincera … no. Questa complessità è l’essenza, la peculiarità e, perché no?, la ricchezza dei nostri differenti lavori. Certo questo non significa che non dobbiamo prendere misure preventive per noi stessi.
E indovinate cosa la letteratura scientifica internazionale suggerisce come misure preventive in queste situazioni definite comunemente ai giorni nostri “lavori ad alto rischio”?
Consapevolezza;
corretta informazione;
approccio corretto. Il termine “approccio corretto” può essere tradotto in “avere la forza di condividere le nostre esperienze e i nostri sentimenti con i colleghi”.
Dove ho già sentito queste parole, prima, durante questo congresso e a chi erano rivolte?
Potrebbe darsi che “vulnerabilità” sia lo strano e magico concetto che condividiamo con il profugo.

Brussels / Dublino, 17 maggio 2002


Note

[1] Il termine “Giudice” può essere facilmente sostituito con “Assistente Sociale”

[2] Luc Quintyn, Consigliere Psicologo, Ministero dell’Interno – Ufficio della Commissione Generale per i Rifugiati e gli Apolidi – Belgio – luc.quintyn@ibz.fgov.be

[3] International Society for Traumatic Stress Studies