{"id":1244,"date":"2006-06-20T15:58:06","date_gmt":"2006-06-20T13:58:06","guid":{"rendered":"http:\/\/www.psicotraumatologia.eu\/site\/?p=212"},"modified":"2023-02-09T13:46:23","modified_gmt":"2023-02-09T12:46:23","slug":"traumi-nei-bambini-e-nei-soccorritori-una-ricerca-sulle-strategie-di-coping","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.psicheos.it\/site\/traumi-nei-bambini-e-nei-soccorritori-una-ricerca-sulle-strategie-di-coping\/","title":{"rendered":"Traumi nei bambini e nei soccorritori: una ricerca sulle strategie di coping"},"content":{"rendered":"<div id=\"fb-root\"><\/div>\n<p><strong>Autore(i)<\/strong>: F. Sbattella ed E. Pini<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Universit\u00e0 Cattolica del Sacro Cuore &#8211; Milano<\/p>\n<p>Negli ultimi cinquant\u2019anni, la letteratura sull\u2019impatto psicologico di un evento critico o di un disastro ha documentato la natura, l\u2019intensit\u00e0 e le conseguenze degli effetti sulla popolazione colpita, sia a livello di reazioni individuali che di mutamenti collettivi (Gleser et al., 1981; Carde\u00f1a et al., 1994; Hobfoll &amp; de Vries, 1995; Shalev, Yeruda &amp; Mcfarlane, 2000). Solo in un secondo momento, si \u00e8 considerato il fatto che chi interveniva a soccorrere queste persone, poteva essere esposto a stress e disagi fino al rischio di sviluppare lui stesso un disturbo post-traumatico stress (Durham, McCammon &amp; Allison, 1985; Raphael, 1986; Wright, Ursano, Bartone &amp; Ingraham, 1990).<\/p>\n<p>Una ripetuta esposizione a situazioni critiche, pu\u00f2 portare gli operatori dell\u2019emergenza, soprattutto quelli coinvolti in prima linea, al rischio di sviluppare disturbi post-traumatici da stress, anche se i livelli di morbidit\u00e0 e resilienza non presentano, in letteratura, risultati univoci. Alcuni studi hanno riportato una globale capacit\u00e0 di recupero e mantenimento del benessere (Ersland &amp; Weis\u00e6th, 1989), altri hanno mostrato come le reazioni degli emergency workers potevano essere confrontate con quelle di individui non esposti al trauma (Marmar et al., 1999), alcuni studi riscontrarono perfino benefici in seguito all\u2019esperienza (Leffler &amp; Dembert (1998). Accanto a queste ricerche se ne collocano altre in cui i soccorritori hanno manifestato sintomi di disagio pi\u00f9 frequenti rispetto ad un gruppo di controllo (Ursano et al., 1995) o addirittura ai medesimi livelli delle vittime direttamente colpite (Johnsen, Eid, Lovstad &amp; Michelsen, 1997). In una recente ricerca, North e collaboratori (2002) hanno studiato per la prima volta l\u2019adattamento psicosociale, il funzionamento e i meccanismi di coping, confrontando gli operatori dell\u2019emergenza (vigili del fuoco intervenuti nell\u2019attentato di Oklahoma City) che presentavano o meno un disturbo post-traumatico da stress. In generale tra il personale senza PTSD si riscontr\u00f2 una bassa percentuale di disturbi psichiatrici, uno scarso o nullo peggioramento del funzionamento globale, ma un alto livello di compromissione (83%) nel personale con PTSD. Questa diagnosi fu ulteriormente rafforzata da risultati che indicavano una riduzione della soddisfazione lavorativa ed effetti negativi nelle relazioni interpersonali, proprio in questi ultimi soggetti. Tra i meccanismi di coping emerse che la ricerca di supporto era uscita come strategia preferenziale accanto all\u2019utilizzo di alcool (il 50% dei soggetti ne fa abitualmente uso e il 25% solo occasionalmente).<\/p>\n<p>In questo senso un consistente filone di ricerche si \u00e8 occupato di individuare e descrivere le possibili variabili predittrici del disturbo post-traumatico da stress. Lo studio di Epstein, Fullerton ed Ursano (1998), si proponeva di individuare degli efficaci predittori di disturbi post-traumatici all\u2019interno di un campione di 355 militari operatori dell\u2019emergenza. Oltre al ruolo determinante dell\u2019esposizione traumatica, degli stressor successivi all\u2019evento e della gravit\u00e0 delle lesioni, sono emersi altri due importanti elementi. Il primo \u00e8 un basso livello d\u2019istruzione, che correlava a sua volta con caratteristiche come l\u2019adattabilit\u00e0 allo stress, l\u2019intelligenza, il livello di esperienza, il grado di autorit\u00e0 e il senso di gestione ambientale. Il secondo \u00e8 il senso di stordimento, chiamato a volte zombie-like feelings, particolarmente importante come indicatore di risposte dissociative al trauma. A questo proposito, Shalev e collaboratori (1996), hanno riscontrato che una dissociazione peri-traumatica \u00e8 fortemente correlata con lo sviluppo di disturbi post-traumatici da stress dopo sei mesi ed \u00e8 predittiva del 29,4% della varianza dell\u2019intensit\u00e0 dei sintomi. Essi suggeriscono che i sintomi dissociativi sono evidenti operazioni difensive acquisite nel corso di esperienze passate e, quindi, utilizzabili come marker di una grande vulnerabilit\u00e0. In pi\u00f9, essendo disadattivi, possono interferire con la normale processazione dell\u2019esperienza traumatica. A risultati simili sono pervenuti anche gli studi che si sono occupati degli effetti dell\u2019esposizione a morti traumatiche. Per esempio, Ursano e collaboratori (1995) hanno esaminato disturbi post-traumatici da stress, depressione, sintomi intrusivi e di evitamento acuti e a lungo termine negli operatori dell\u2019emergenza in seguito all\u2019esplosione di una torretta a bordo della nave della marina militare USS Iowa a largo di Porto Rico. I risultati hanno messo in evidenza che l\u2019esposizione a tali situazioni traumatiche accresce la presenza di sintomi intrusivi e di evitamento, il rischio di sviluppare disturbi post-traumatici da stress e la persistenza di queste condizioni psichiche anche per parecchi mesi. Infatti, dopo un mese, i soccorritori che avevano partecipato direttamente alle operazioni di recupero e composizione dei cadaveri, mostravano pi\u00f9 sintomi intrusivi e di evitamento, pi\u00f9 ostilit\u00e0 e somatizzazioni rispetto agli altri colleghi. Tali sintomi decrescevano progressivamente dopo 13 mesi, anche se in alcuni casi tendevano a persistere pi\u00f9 a lungo. Approssimativamente il 15% dei soggetti continu\u00f2 a riportare sintomi clinici significativi un anno dopo. I sintomi PTSD furono riscontrati nell\u201911% dei soccorritori un mese dopo l\u2019evento, nel 10% 4 mesi dopo e nel 2% 13 mesi dopo, mentre la frequenza della depressione non aument\u00f2. Uno dei meccanismi osservati frequentemente nei soccorritori, fu l\u2019identificazione con la vittima o con i familiari. \u00c8 stato ipotizzato dagli autori che un tale coinvolgimento emotivo pu\u00f2 essere considerato uno dei principali elementi responsabili del notevole aumento dei livelli di stress, soprattutto a confronto con morti traumatiche.<\/p>\n<p>Il processo di identificazione scatta nell\u2019operatore dell\u2019emergenza soprattutto quando ad essere soccorso o coinvolto \u00e8 un bambino. Dyregrov and Mitchell (1992) hanno indagato in modo specifico le strategie di coping che il personale che lavora nelle emergenze mette in atto quando nel disastro sono coinvolti dei bambini. Nell\u2019ottobre 1988, in un\u2019isolata vallata della Norvegia, un bus di scolari con trentaquattro persone a bordo, finisce in una scarpata: dodici bambini e tre adulti morirono e tutti gli altri furono seriamente feriti. I risultati ottenuti dall\u2019elaborazione dei dati del Coping Mechanisms Questionnaire (CMQ, Dyregrov e Mitchell, 1992) hanno mostrato che gli operatori dell\u2019emergenza per regolare le forti emozioni dalle quali sono investiti e per rendere il loro ruolo meno opprimente, usano in prevalenza metodi di distanziamento. Quando queste strategie non sono attivate il tracollo \u00e8 annunciato e il primo segnale \u00e8 l\u2019identificazione con la vittima o peggio con la sua famiglia. I soccorritori vedono nel bambino ferito loro stessi bambini o, peggio, i propri figli; entrano quasi in un conflitto di ruolo tra l\u2019essere surrogati paterni\/materni o soccorritori. Gli autori hanno riscontrato che la strategia pi\u00f9 usata (94%) consiste in attivit\u00e0 che riducono la riflessione e che li astengono dal pensare alla dimensione emotiva dell\u2019evento. Un altro meccanismo di coping molto utilizzato \u00e8 il contatto con gli altri e il supporto sociale in generale (90%), segue la soppressione delle emozioni (76%), soprattutto quando si tratta di bambini poli-traumatizzati. Anche raccontare di aver vissuto l\u2019evento come irreale (68%) e manifestare evitamento attivo di pensieri legati all\u2019evento (68%), sono atteggiamenti molto comuni. Un\u2019altra strategia molto utile per affrontare una situazione complessa e potenzialmente emotigena, \u00e8 prepararsi mentalmente all\u2019intervento (63%): discutere con i colleghi le manovre tecniche per trattare ogni caso al meglio e affidarsi dei ruoli per rendere ancor pi\u00f9 efficiente l\u2019equipe. Le altre strategie di coping che hanno ottenuto meno incidenza sono: commenti auto-rassicuranti, regolazione dell\u2019esposizione allo stressor, astenersi dall\u2019avere informazioni che possano interferire con la prestazione, concentrarsi solo sulle manovre, cercare di pensare ad altro e infine l\u2019utilizzo di humor. Molto interessanti sono i dati emersi dalle interviste realizzate parallelamente alla somministrazione del questionario per indagare le risposte emotive del personale dopo l\u2019evento. Le principali emozioni riportate sono forti sentimenti di impotenza; paura e ansia legate al senso di insicurezza e vulnerabilit\u00e0 per quei bambini feriti e in generale per i propri; insicurezza esistenziale legata all\u2019ingiustizia di morti cos\u00ec premature; rabbia; dolore e pena; immagini intrusive, auto-rimprovero, vergogna e colpa; cambiamento di valori, soprattutto in seguito a riflessioni sulla vita e sull\u2019amore per i propri cari.<\/p>\n<p>Conferme a questi risultati sono arrivate da ricerche successive inerenti a disastri o incidenti di vaste proporzioni (ad esempio: Holaday et al., 1995; e North et al., 2002) e dalla letteratura specialistica sull\u2019emergenza e urgenza quotidiana intra ed extra ospedaliera.<\/p>\n<p>Il rischio di sviluppare un disturbo post-traumatico da stress, l\u2019identificazione con la vittima, la vulnerabilit\u00e0 di fronte ad un bambino e la frequente esposizione ad eventi emotivamente preganti (anche se di diversa intensit\u00e0 e gravit\u00e0) vengono ad essere, quindi, l\u2019anello di congiunzione tra la letteratura psicologica sui disastri e la letteratura specialistica sull\u2019emergenza sanitaria che si esplica nel quotidiano.<br \/>\nIl personale che opera nel soccorso extra-ospedaliero \u00e8 esposto ad un\u2019alta variet\u00e0 di eventi stressanti quasi quotidianamente e deve quindi confrontarsi con le reazioni fisiche, psicologiche e relazionali a tale stress continuo (Giannantonio e Cusano, 2003). Per esempio \u00e8 stato riscontrato che i soccorritori coinvolti in manovre di rianimazione cardiopolmonare con risultati infausti soffrono di reazioni post-traumatiche da stress. Riportano sentimenti ed immagini intrusive, pensieri vividi e incontrollabili dell\u2019intervento e alta irritabilit\u00e0 (Genest, 1990). Clohessy ed Ehlers (1999) hanno dimostrato che una considerevole porzione di soccorritori (21%), che non erano stati esposti a maxi-emergenze e disastri, riportavano una sintomatologia post-traumatica. A questo proposito, un interessante studio Jonsson e Segesten (2003) ha analizzato 52 narrazioni di medici ed infermieri dell\u2019emergenza che operano nell\u2019area di Vastra Gotaland (Svezia), a cui era stato chiesto di descrivere un evento-intervento traumatico che avevano vissuto come soccorritori. Gli autori hanno identificato sei elementi comuni che emergevano dalle narrazioni. Sulla scena dell\u2019incidente \u00e8 emerso come particolarmente critico l\u2019incontro con l\u2019imprevisto e l\u2019impossibilit\u00e0 di dare senso e significato a quanto accaduto. A questo si uniscono situazioni che suscitano forti sentimenti di empatia per le persone coinvolte e i familiari che spesso si traducono in movimenti di identificazione. L\u2019identificazione pu\u00f2 riguardare la vittima e, se ad essere soccorso \u00e8 un bambino, l\u2019identificazione con s\u00e9 stesso quando era un bambino o come genitore. Infine le conseguenze dell\u2019evento comprendono gli effetti che hanno sul presente (ad esempio ricordi e immagini associate) e la necessit\u00e0 di condivisione dell\u2019accaduto con colleghi o familiari. Un elemento importante che \u00e8 stato riscontrato nella maggior parte delle narrazioni \u00e8 l\u2019esclusiva centratura del focus sulla vittima con poca o nulla attenzione per il contesto circostante.<\/p>\n<p>La vulnerabilit\u00e0 nei confronti di un bambino ferito o con una patologia acuta grave \u00e8 stata riscontrata anche all\u2019interno di studi pi\u00f9 ampi sulla percezione di un evento come critico. O\u2019Connor, e Jeavonson (2003) hanno condotto uno studio su 227 infermieri appartenenti a diversi reparti di un ospedale centrale di Melbourne (Australia), sul livello di stress associato a diversi eventi. Tra gli eventi considerati come critici sono emersi violenze ed abusi in particolar modo a carico di bambini, morte di un bambino, suicidio di colleghi o pazienti e il potenziale o reale contatto con fluidi corporei infetti.<br \/>\nImportanti evidenze sul coinvolgimento emotivo quando si presta soccorso o cure ad un bambino vengono anche dalla letteratura che si \u00e8 occupata del personale impiegato nei reparti di terapia intensiva neonatale. Lo studio di Yam, Rossiter e Cheung (2001) \u00e8 esemplificativo in questo senso e da ulteriori conferme delle forti implicazioni emotive presenti in questo lavoro e della necessit\u00e0 che hanno mostrato tutte le infermiere intervistate di proteggersi e distanziarsi emotivamente da neonati che attendono solo la morte.<\/p>\n<p>Dalle ricerche fin qui presentate, che spaziano e sondano diversi ambiti di ci\u00f2 che \u00e8 emergenza, appare evidente come l\u2019incontro con situazioni traumatiche metta a dura prova la tenuta emotiva dei soccorritori. L\u2019incontro con bambini feriti appare ancora pi\u00f9 impegnativo. Poich\u00e9 il nostro tentativo \u00e8 di studiare l\u2019interazione tra emozioni dei soccorritori e la realt\u00e0 infantile, \u00e8 opportuno prendere in considerazione brevemente anche alcuni studi sui disagi post-traumatici nell\u2019infanzia.<\/p>\n<p>I principali eventi potenzialmente traumatici che colpiscono i bambini, soprattutto se piccoli, riguardano aggressioni di animali, incidenti, assistere all\u2019uccisione di un genitore, abuso fisico, abuso sessuale, disastri naturali e interventi medici. Nella versione per l\u2019infanzia e l\u2019adolescenza del DSM-IV (Rapoport, Ismond, 2000), i criteri per il disturbo post-traumatico da stress sono stati resi pi\u00f9 appropriati alle diverse et\u00e0. Il sintomo pi\u00f9 comune \u00e8 la riesperienza dell\u2019evento. L\u2019evento traumatico riemerge secondo differenti modalit\u00e0: incubi ripetuti, pensieri ricorrenti e intrusivi, stress e angoscia nel ricordare l\u2019evento. Con i bambini piccoli si pu\u00f2 osservare una modalit\u00e0 particolare di gioco (gioco post-traumatico) che riproduce concretamente alcuni aspetti della situazione traumatica (in modo diverso dal gioco rielaborativi), insieme a disegni e ad episodi dissociativi in cui il trauma viene riprodotto senza alcuna intenzionalit\u00e0. I sintomi di evitamento o intorpidimento consistono in un appiattimento della sensibilit\u00e0 del bambino o arresto o distorsione del processo di sviluppo. Includono ritiro sociale, riduzione delle capacit\u00e0 di gioco, gamma limitata di affetti e perdita temporanea di competenze gi\u00e0 acquisite. I bambini per esempio possono riportare un diminuito interesse per le loro usuali attivit\u00e0 (leggere, giocare con gli amici, con i video game\u2026) e apparire distanti e distaccati da famiglia e amici. L\u2019aumento dell\u2019attivazione (iperarousal) si esprime attraverso disturbi del sonno (terrori notturni con risvegli e pianto inconsolabile, difficolt\u00e0 ad andare a letto e a mantenere il sonno), difficolt\u00e0 di attenzione e di concentrazione, ipervigilanza e risposte di allarme esagerate (Ammaniti, 2001).<\/p>\n<p>La letteratura riporta pochi studi esistenti sulle conseguenze psicologiche e comportamentali dei bambini esposti a incidenti stradali. I sintomi principali includono difficolt\u00e0 di concentrazione; aumento del pianto; comportamento depresso, irritabile e regredito; lamentele somatiche; insonnia e incubi (Milgram, Toubiana, Klingman, Raviv and Goldstein, 1988). Jones e Peterson (1993) riportano il caso di una bambina di tre anni con sintomi post traumatici da stress (incubi, ansia, evitamento dei veicoli e gioco aggressivo) in seguito ad un incidente stradale sebbene non avesse riportato ferite. Altri casi simili a questo sono stati pubblicati da Casswell, (1997) e Stallard e Law (1993), analizzati per\u00f2 solo a livello descrittivo.<br \/>\nAlcuni tentativi verso una valutazione sistematica sono stati comunque realizzati. Canterbury e Yule (1997) seguirono un gruppo di 28 bambini dopo le dimissioni dal Pronto Soccorso in seguito a incidente stradale e trovarono che il 16% presentavano sintomi di PTSD. Tali studi per\u00f2, come sottolinea Stallard (1999), soffrono di problemi metodologici che limitano la correttezza delle conclusioni: l\u2019assenza di un gruppo di controllo appropriato, l\u2019attenzione privilegiata ai sintomi post traumatici da stress e l\u2019esclusione di altre possibili risposte patologiche.<\/p>\n<p>La ricerca sul tema si sta progressivamente incrementando, soprattutto negli ultimi vent\u2019anni, muovendosi verso la realizzazione di modelli che comprendano una complessit\u00e0 di variabili in gioco in risposta all\u2019evento traumatico vissuto dal bambino e che traducano la teoria in strumenti psicometrici appropriati (Freedy and Donkervoet, 1995). Sono da segnalare i lavori di Scotti e collaboratori (1995, 2002) per realizzare una scala per la valutazione della gravit\u00e0 dell\u2019evento (Scala di Identificazione delle Caratteristiche dell\u2019Incidente; ACCIDENTS) e gli studi di Mullen James (1999) sugli effetti del trauma sulla processazione delle informazioni e selezione attentava.<\/p>\n<p>Un altro settore di indagine molto interessante, che ha ripercussioni importanti rispetto alla nostra ricerca, \u00e8 lo studio dei diversi aspetti dell\u2019ambiente che possono contribuire ad attenuare o acutizzare lo stress. All\u2019interno del sistema ambiente rientrano numerosi elementi, alcuni contingenti all\u2019evento traumatico e strettamente legati ad esso (gravit\u00e0 del ferimento, intensit\u00e0, livello di esposizione traumatica e di coinvolgimento di altre persone), altri concomitanti (ad esempio l\u2019influenza del legame di attaccamento, altre relazioni significative, fasi critiche del ciclo di vita), altri ancora successivi (supporto sociale, altri eventi tragici\u2026). L\u2019atteggiamento dell\u2019operatore dell\u2019emergenza, la capacit\u00e0 di gestire a livello relazionale ed emotivo il soccorso, le modalit\u00e0 con cui si rapporta al bambino e ai familiari, le spiegazioni che fornisce, sono tutti elementi che influiscono sui vissuti del bambino, sull\u2019interpretazione e sull\u2019elaborazione dell\u2019evento e quindi sullo sviluppo.<\/p>\n<p>In conclusione, ci\u00f2 che \u00e8 gi\u00e0 stato studiato sono le strategie di coping che gli operatori dell\u2019emergenza utilizzano pi\u00f9 frequentemente (equipe prevalentemente statunitensi, con larga partecipazione dei vigili del fuoco), il distanziamento emotivo come modalit\u00e0 privilegiata per far fronte allo stress dell\u2019intervento e la particolare vulnerabilit\u00e0 e criticit\u00e0 del soccorso ad un bambino.<\/p>\n<h2>LA RICERCA<\/h2>\n<p><strong>Obiettivi<\/strong><br \/>\nQuesto studio si propone di identificare e descrivere le abilit\u00e0 di coping che gli operatori dell\u2019emergenza italiani utilizzano quotidianamente, dando voce e spazio alle loro esperienze di soccorso e focalizzando l\u2019attenzione sugli interventi che coinvolgono i bambini. Ci siamo concentrati in particolar modo sui movimenti emotivi che il soccorso ad un bambino suscita e sul tipo di approccio a tale intervento. Si intende inoltre verificare l\u2019influenza di alcune variabili, quali et\u00e0, sesso, anni di servizio e ruolo, sullo stile di coping, sull\u2019approccio all\u2019intervento e sulle emozioni narrate. Pi\u00f9 nel dettaglio, ci proponiamo di esaminare quanto \u201cpesi\u201d, nel soccorso ad un bambino, essere genitore e infine analizzare quali modalit\u00e0 sceglie l\u2019operatore dell\u2019emergenza per sciogliere le emozioni negative e la tensione legate all\u2019intervento.<\/p>\n<p><strong>Metodo<\/strong><br \/>\n<strong>Campione<\/strong><br \/>\nHanno partecipato alla ricerca 103 operatori dell\u2019emergenza sanitaria 118 della provincia di Cremona appartenenti a: Centrale 118 di Cremona (15,5%), Ospedale Maggiore di Crema (29,1%), Comitati di Croce Rossa di Cremona (21,4%) e Crema (34%). Il range d\u2019et\u00e0 dei partecipanti varia da 21 a 64 anni (m=38.6, ds=10,9), con 63,1% maschi e il 36,9% femmine. Gli anni di servizio vanno da un minimo di 5 mesi ad un massimo di 33 anni (m=10,4, ds=7,25). I ruoli rappresentati: 55,3% soccorritori di cui il 22,3% \u00e8 anche autista, 31,1% infermieri e 13,6% medici di 118. I soccorritori senza figli sono 42 (di cui 18 maschi e 24 femmine), le madri 14 e i padri 47.<\/p>\n<p>I soggetti individuati per la ricerca sono tutti gli operatori dell\u2019emergenza presenti in turno durante una settimana di servizio estratta casualmente.<\/p>\n<p><strong>Strumenti<\/strong><br \/>\nQuestionario sulle Strategie di Coping dei Soccorritori. Il \u201cQuestionario sulle Strategie di Coping dei Soccorritori\u201d \u00e8 un adattamento alla realt\u00e0 italiana del Coping Responses of Rescue Workers Inventory (CRRWI) ideato da McCammon et al. (1988) per misurare le strategie di coping utilizzate dagli operatori dell\u2019emergenza. Nel nostro adattamento il questionario \u00e8 composto da 41 item suddivisi in due blocchi per indagare le strategie di coping durante e dopo intervento. Il soggetto esprime la frequenza (0, mai; 1, raramente; 2, qualche volta; 3, spesso) con la quale compie le azioni elencate. Esempi di item sono: \u201cRicordo a me stesso che sto fornendo aiuto\u201d, \u201cParlo agli altri dell\u2019incidente\u201d, \u201cCerco gli altri colleghi che stanno vivendo la mia stessa situazione\u201d. Alcuni item, come quest\u2019ultimo, appartengono logicamente ad entrambe le fasi considerate e sono stati quindi ripetuti in entrambi i blocchi.<br \/>\nDomande aperte. Le tre domande aperte andavano ad indagare con pi\u00f9 precisione l\u2019atteggiamento e i movimenti emotivi degli operatori dell\u2019emergenza attraverso la narrazione di un intervento in cui ad essere soccorso era un bambino: \u201cCosa \u00e8 accaduto? Cosa ha fatto lei?\u201d, \u201cQuali emozioni ha provato?\u201d e \u201cQuali valutazioni ha fatto di s\u00e9 e della situazione?\u201d. Per la codifica delle narrazioni \u00e8 stata predisposta una griglia per la riduzione delle risposte in etichette descrittive. Le risposte sono state codificate da due giudici indipendenti per valutarne l\u2019attendibilit\u00e0; \u00e8 stata calcolata la percentuale di accordo totale che ha dato un livello di affidabilit\u00e0 dello 0.94.<\/p>\n<p>Dati strutturali. L\u2019ultima parte dei questionari era dedicata ai dati strutturali: et\u00e0, sesso, genitorialit\u00e0, anni di servizio e ruolo ricoperto all\u2019interno della squadra di soccorso. Un dato particolarmente interessante ai fini della ricerca erano, poi, alcune domande sull\u2019atteggiamento e sulle modalit\u00e0 con cui il soggetto elabora e scioglie le emozioni e la tensione legata all\u2019evento.<br \/>\nI questionari sono stati completati individualmente alla presenza dei ricercatori che hanno incontrato i soggetti in gruppi di 4\/5 per volta. Come preventivato, non tutti i soggetti avevano avuto esperienze di soccorso con bambini, per questo, alcuni protocolli, nell\u2019area delle domande aperte, sono stati lasciati in bianco.<\/p>\n<p><strong>Risultati<\/strong><br \/>\nAnalisi fattoriale ed affidabilit\u00e0 del \u201cQuestionario sulle Strategie di Coping dei Soccorritori\u201d<br \/>\nDagli item del questionario sono stati estratti tre fattori, emersi dall\u2019analisi fattoriale per componenti principali (rotazione varimax); i fattori, gli item costitutivi, il loro peso (loading), la percentuale di varianza spiegata e l\u2019affidabilit\u00e0 sono riportati nella tabella 1. Alcuni item, dato l\u2019insufficiente livello di saturazione, sono stati esclusi, mentre altri (\u201cGuardo alla situazione in modo realistico\u201d, 1.3, e \u201cRifletto da solo su quanto \u00e8 successo\u201d, 2.17) nonostante avessero una saturazione piuttosto bassa, sono stati comunque inseriti nel fattore 2 per coerenza interna.<br \/>\nCiascun fattore \u00e8 stato associato ad uno stile che rappresentasse l\u2019atteggiamento prevalente ed emergente dagli item costitutivi. Lo stile 1, \u201cottimista che si distrae\u201d, descrive un soggetto globalmente ottimista, proiettato alle speranze per il futuro, che pensa ai lati positivi della vita e all\u2019aiuto che fornisce con il suo servizio. Per sciogliere la tensione legata all\u2019evento trova nuovi interessi, scrive, ascolta musica e rimane in contatto con la natura. Lo stile 2, \u201crazionale e sociale\u201d, ci presenta una persona con tratti realistici all\u2019interno di un quadro globalmente relazionale ed orientato all\u2019esterno e agli altri. Cerca sostegno emotivo, una guida e i colleghi che stanno vivendo la sua stessa situazione, oltre ad un aiuto ed un appoggio nella religione o nella filosofia. Infine lo stile 3, \u00e8 stato definito \u201cCentrato su di s\u00e9, legato alle emozioni e alla situazione\u201d proprio per questa centratura sul soggetto, sul ruolo che ricopre, su ci\u00f2 che ha fatto al meglio, su tutte le emozioni che l\u2019hanno attraversato.<\/p>\n<p><strong>Tabella 1. Analisi delle componenti principali del \u201cQuestionario sulle Strategie di Coping dei Soccorritori\u201d tra gli operatori dell\u2019emergenza (N=103)<\/strong><\/p>\n<p><img src=\"http:\/\/www.psicotraumatologia.eu\/site\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/tabella1-2-3.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><br \/>\n<strong>Stili di coping, genere e ruolo<\/strong><br \/>\nPer valutare se esistono delle differenze di genere all\u2019interno dei diversi stili di coping, sono stati svolti t-test per campioni indipendenti. Da queste analisi \u00e8 emerso che maschi e femmine differiscono in modo significativo nei punteggi relativi allo stile di coping 2 e 3; le femmine mostrano punteggi relativi allo stile di coping \u201crazionale e sociale\u201d pi\u00f9 alti rispetto ai maschi [t-test per campioni indipendenti, t(101)=-2.64, p&lt;.05]. A loro volta i maschi sono pi\u00f9 \u201ccentrati su di s\u00e9, legati alle emozioni e alla situazione\u201d rispetto alle femmine [t-test per campioni indipendenti, t(81.26)=2.58, p&lt;.05]. Non sono stati trovati risultati significativi per quanto riguarda lo stile 1, \u201cottimista che si distrae\u201d.<\/p>\n<p><strong>Tabella 2. Risultati dei t-test per campioni indipendenti, medie e deviazioni standard delle variabili stile di coping per valutare se esistono differenze di genere.<\/strong><\/p>\n<p><img src=\"http:\/\/www.psicotraumatologia.eu\/site\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/tabella2.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p>Dall\u2019anova univariata \u00e8 emerso un risultato interessante per quanto riguarda lo stile di coping 3 (\u201ccentrato su di s\u00e8, legato alle emozioni e alla situazione\u201d) e la variabile ruolo. Gli autisti mostrano punteggi relativi allo stile 3 pi\u00f9 alti rispetto ai soccorritori.<\/p>\n<p><strong>Tabella 3. Risultati dell\u2019anova, medie e deviazioni standard delle variabili stile di coping 3 per valutare se esistono differenze di ruolo.<\/strong><\/p>\n<p><img src=\"http:\/\/www.psicotraumatologia.eu\/site\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/tabella3.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p><strong>Il soccorso ad un bambino: tipo di approccio ed emozioni<\/strong><br \/>\nLe narrazioni degli operatori dell\u2019emergenza circa il tipo di approccio al bambino nel soccorso forniscono un importante quadro delle situazioni che quasi quotidianamente si trovano ad affrontare.<br \/>\n\u201cBambino privo di coscienza, dispnea e febbre alta. Messo in atto le cure del caso ho cercato di comunicare con lui mantenendo un atteggiamento tranquillo e rassicurante (dopo la ripresa parziale di coscienza) cercando anche di coinvolgere la madre nelle fasi meno critiche\u2026\u201d[30\/H\/A]<br \/>\n\u201c\u2026abbiamo ricevuto la chiamata del 118 in codice rosso per una bambina di 6 mesi incosciente. Al nostro arrivo la bambina era in arresto respiratorio, \u00e8 stato praticato il bls, \u00e8 intervenuto l\u2019elisoccorso ma purtroppo nulla da fare\u201d [1\/C\/A]<br \/>\n\u201c\u2026un bambino con crisi epilettica. Ho cercato di tranquillizzarlo e di distrarlo dalla situazione\u201d [14\/C\/N]<br \/>\nDalle descrizioni dei soccorritori riguardo al tipo di approccio al bambino sono emersi risultati interessanti e significativi. Per quanto riguarda il genere, le donne descrivono il loro intervento soffermandosi in particolar modo sugli aspetti emotivi e di supporto; sono attente alle emozioni del bambino e della famiglia e il loro sguardo spazia anche sul contesto. Gli uomini forniscono descrizioni pi\u00f9 tecniche ed operative; prevalgono termini specialistici e ipotesi diagnostiche anche se la componente emotiva non \u00e8 del tutto assente ma spesso compare in seconda battuta (?2=8.57, gdl=2, p &lt;.01).<\/p>\n<p><strong>Grafico 1. Genere dei soggetti e tipo di approccio al bambino 020406080100%maschifemminegenere dei soggettisolo tecnico solo emotivotecnico ed emotivo<\/strong><\/p>\n<p><strong><br \/>\n<\/strong><\/p>\n<p><img src=\"http:\/\/www.psicotraumatologia.eu\/site\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/grafico-1.-genere-dei-sogge.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p>Gli anni di servizio forniscono ulteriori risultati sul tipo di approccio. Gli operatori dell\u2019emergenza \u201cnovizi\u201d (fino a 5 anni di servizio) descrivono l\u2019intervento soffermandosi maggiormente sulla componente emotiva dello stesso, gli \u201cesperti\u201d (oltre 11 anno di servizio) narrano il loro approccio al bambino utilizzando uno stile nettamente tecnico e operativo, mentre la fascia di mezzo (6-10 anni) ben concilia gli aspetti tecnici ed emotivi dell\u2019intervento (?2=12.20, gdl=4, p &lt;.01).<\/p>\n<p><strong>Grafico 2. Anni di servizio e tipo di approccio al bambino 020406080100%fino a 5 annitra 6 e 10 annioltre 11 annianni di serviziosolo tecnicosolo emotivotecnico ed emotivo.<\/strong><\/p>\n<p><img src=\"http:\/\/www.psicotraumatologia.eu\/site\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/grafico-2.-anni-di-servizio.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p>Infine anche la variabile inerente ruolo che gli operatori dell\u2019emergenza ricoprono nelle fasi del soccorso si \u00e8 rivelato significativo in rapporto alla modalit\u00e0 di descrizione dell\u2019intervento. Gli autisti soccorritori, descrivono il loro intervento sul bambino concentrandosi prevalentemente sull\u2019aspetto tecnico, per i soccorritori l\u2019approccio \u00e8 pi\u00f9 emotivo, mentre per gli infermieri e i medici \u00e8 evidente la tendenza ad approcciare il bambino in modo tecnico e a volte in modo emotivo, ma mai esclusivamente emotivo (?2=13.18, gdl=6, p&lt;.04).<\/p>\n<p><strong>Grafico 3. Ruolo e tipo di approccio al bambino 020406080100%autista socc.soccorritoreinfermieremedicoruolosolo tecnico solo emotivotecnico edemotivo<\/strong><\/p>\n<p><img src=\"http:\/\/www.psicotraumatologia.eu\/site\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/grafico-3.-ruolo-e-tipo-di-.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p>Quanto narrato circa le emozioni esperite durante il soccorso ad un bambino vanno ad aggiungere altri risultati interessanti a quelli ottenuti fin ora.<br \/>\n\u201cA parte un primo momento di stordimento dovuto al numero dei feriti, non ho pi\u00f9 praticamente provato emozioni fino al termine del soccorso\u201d [13\/H\/A]<br \/>\n\u201cAngoscia, paura, tristezza\u201d [8\/C\/A]<br \/>\n\u201cLa prima emozione \u00e8 stata di impotenza, poi quando l\u2019ho avvolto nella coperta e trasportato nell\u2019ambulanza mi \u00e8 sembrato di ritornare indietro negli anni quando prendevo in braccio le mie figlie\u201d [6\/C\/A]<br \/>\n\u201cImpotenza, impossibilit\u00e0 di poter risolvere il problema, tristezza e tanta angoscia. \u00c8 triste in un bambino cos\u00ec piccolo, non \u00e8 giusto\u201d [1\/C\/A]<br \/>\n\u201cMentre arrivavo cercavo di concentrarmi sulla guida ma ripassavo anche mentalmente le manovre pediatriche, avevo paura di sbagliare anche la minima cosa. Sul posto sono riuscito ad estraniare le emozioni e ragionare solo \u201ctecnicamente\u201d\u2026 anche se sapevo di avere fatto tutto il possibile e la meglio, ma cercavo di mantenere lontane le emozioni\u2026\u201d [1\/C\/N]<br \/>\n\u201cDurante le manovre di soccorso e di stabilizzazione NESSUNA [emozione]\u2026successivamente imponente sensazione di RIFIUTO dell\u2019evento (vissuto come ingiusto nei confronti del bambino)\u201d [7\/H\/N; \u00e8 stato mantenuto lo stile grafico]<br \/>\nQuesti estratti sono esemplificativi dei diversi movimenti emotivi che emergevano dalle narrazioni; per frequenza le emozioni narrate non si differenziano di molto (cfr. tabella 4), mentre \u00e8 emerso per significativit\u00e0 e rilevanza l\u2019evitamento emotivo in riferimento alle variabili genere e genitorialit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Tabella 4. Frequenza percentuale delle emozioni narrate (N=65)<\/strong><\/p>\n<p><img src=\"http:\/\/www.psicotraumatologia.eu\/site\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/tabella4.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p>n.b. La domanda prevedeva la possibilit\u00e0 di descrivere pi\u00f9 emozioni.<br \/>\nGli operatori dell\u2019emergenza maschi, nelle narrazioni, si sono dimostrati pi\u00f9 evitanti delle donne (86,7% di risposte evitanti dei maschi contro il 13,3% delle femmine, cfr. grafico 4; ?2=5.20, gdl=1, p &lt;.02). In molti casi riferivano di estraniarsi dal contesto, rimuovere le emozioni, lasciarle in secondo piano o tentare di soffocarle. In pi\u00f9 i soccorritori madri e padri sono risultati pi\u00f9 evitanti di quelli senza figli (cfr. grafico 5) (?2=4.235, gdl=1, p &lt;.04).<br \/>\nGrafico 4 e 5 . L\u2019evitamento emotivo all\u2019interno del genere e della genitorialit\u00e0 evitamento emotivo86,7%13,3%maschifemmine evitamento emotivo20%80%senza figlicon figli<\/p>\n<p><strong>Grafico 4 e Grafico 5 &#8211; L\u2019evitamento emotivo all\u2019interno del genere e della genitorialit\u00e0<\/strong><\/p>\n<p><img src=\"http:\/\/www.psicotraumatologia.eu\/site\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/grafico-4-e-5.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p><strong>Modalit\u00e0 di elaborare le emozioni legate all\u2019evento<\/strong><br \/>\nParticolarmente interessante per gli obiettivi della ricerca, \u00e8 come gli operatori dell\u2019emergenza elaborano le emozioni nei momenti successivi all\u2019intervento.<\/p>\n<p><strong>Tabella 5. Frequenze percentuali delle diverse modalit\u00e0 considerate per scaricare le emozioni<br \/>\n<\/strong><\/p>\n<p><img src=\"http:\/\/www.psicotraumatologia.eu\/site\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/tabella5.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p><strong>MODALIT\u00c0 PER SCARICARE<\/strong><br \/>\nLE EMOZIONI<br \/>\nTotale<br \/>\n100,0<\/p>\n<p>Incrociando questi dati con le narrazioni degli operatori dell\u2019emergenza abbiamo ottenuto dei risultati interssanti. Ci siamo concentrati sul numero di emozioni narrate, come feed-back della familiarit\u00e0 e della facilit\u00e0 del soggetto a parlarne e a considerarle, e l\u2019abbiamo incrociato con le modalit\u00e0 che il soggetto usa per scaricare la tensione e le emozioni (cfr. grafico 6). I dati mostrano che queste due variabili si distribuiscono in modo non casuale (?2=17.87, gdl=9, p &lt;.03).<\/p>\n<p><strong>Grafico 6. Percentuale di emozioni utilizzate per ciascuna modalit\u00e0. 020406080100%NegazioneAiuto all&#8217;esternoBisogna organizzarequalcosaModalit\u00e0 di elaborare le emozioni1 emozione2 emozioni3 emozioni4 emozioni<\/strong><\/p>\n<p><img src=\"http:\/\/www.psicotraumatologia.eu\/site\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/grafico-6.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p>Si potrebbe ipotizzare che, chi riconosce l\u2019importanza di allentare la tensione e chi effettivamente lo fa, sfogandosi con qualcuno o in qualche attivit\u00e0 (\u201caiuto all\u2019esterno\u201d e \u201cbisogna organizzare qualcosa\u201d), permette a tutte le sue emozioni di emergere e di essere esplicitate per iscritto. Chi invece nega questo aspetto, soffocando i movimenti emotivi che lo attraversano, si descrive con meno emozioni, ma probabilmente pi\u00f9 mirate rispetto al suo stato di tensione.<br \/>\nDiscussione<br \/>\n\u00c8 ora necessaria una riflessione che, partendo da un commento sulla descrizione della realt\u00e0 che i risultati hanno contribuito a delineare, approdi ai nodi cruciali della psicologia delle azioni di soccorso.<br \/>\nTra le diverse strategie utilizzate dai soccorritori per affrontare la situazione emotigena, \u00e8 emerso, in questa ricerca, come primario per frequenza e intensit\u00e0, l\u2019evitamento emotivo. Si pu\u00f2 ipotizzare che questa strategia durante l\u2019emergenza sia, in effetti, adattiva e funzionale alla situazione: consente di mantenere la concentrazione sul compito, di operare in modo efficiente (spesso contro il tempo) e di fare scelte determinanti per la sopravvivenza del paziente. Quanto detto assume importanza se confrontato con il risultato che vede gli operatori dell\u2019emergenza genitori pi\u00f9 emotivamente distanziati rispetto ai colleghi senza figli. L\u2019evitamento emotivo pu\u00f2, per\u00f2, essere controproducente ad emergenza superata, quando il soggetto deve dare sfogo a quanto ha soffocato per ristabilire l\u2019equilibrio interno. Infatti, l\u2019uso continuato di strategie di evitamento si rivela un fattore di rischio, in quanto non produce nuove informazioni sui problemi e compromette la disponibilit\u00e0 di alcune risorse, come ad esempio il sostegno sociale.<br \/>\nIn linea con la letteratura (Gibbs, Drummond &amp; Lachenmeyer, 1993; Jenkins, 1996), potrebbero essere utili per i soccorritori che hanno vissuto una situazione di soccorso drammatica, interventi di defusing e di debriefing. L\u2019obiettivo principale di queste tecniche, come tutte le riunioni di gruppo nel contesto dell\u2019emergenza, \u00e8 quello di creare uno spazio condiviso d\u2019espressione degli stati interni personali (in modo tale da legittimarli e normalizzarli) e un\u2019occasione per rivedere e riconsiderare collettivamente gli elementi maggiormente traumatici a livello individuale. Ci\u00f2 dovrebbe facilitare la decompressione emotiva, l\u2019individuazione di reti di supporto sociale, la riduzione del senso di isolamento, la condivisone di informazioni utili a fronteggiare lo stress. In queste occasioni \u00e8 anche possibile individuare difficolt\u00e0 e sofferenze particolarmente intense, che possono poi evolvere in disturbi post-traumatici (Castelli e Sbattella, 2003).<\/p>\n<p>La letteratura sugli effetti psicologici degli eventi traumatici ha da tempo sottolineato la necessit\u00e0 e i benefici di una rielaborazione cognitiva ed espressiva delle emozioni intense attraverso diverse tecniche e medium comunicativi (ad esempio Jenkins, 1996). Un\u2019esigenza altrettanto pressante proviene dagli stessi operatori dell\u2019emergenza che manifestano, a ricercatori e studiosi, i benefici del supporto sociale ricevuto da supervisori e colleghi e dello spazio narrativo ed emotivo concesso. Johsson e Segesten (2003) hanno evidenziato l\u2019importanza che rivestiva il supporto sociale per gli operatori dell\u2019emergenza nel ridurre il grado di stress, rendere \u201criconoscibile\u201d e meglio identificabile l\u2019evento, sentirsi legittimati e quindi pi\u00f9 in grado di affrontarne gli effetti psicologici.<\/p>\n<p>Anche l\u2019utilizzo delle narrazioni, come strumento di indagine e al contempo di intervento, \u00e8 uno strumento importante per la descrizione e la comprensione delle dinamiche che si esplicano in emergenza. Gli studi di Pennebacker (1990\/1997) hanno dimostrato gli effetti benefici e il \u201cpotere\u201d dell\u2019espressione delle emozioni in caso di eventi traumatici e al contrario quanto l\u2019inibizione dell\u2019espressione delle emozioni possa portare problemi di salute, anche nel lungo periodo.<\/p>\n<p>Il tema dell\u2019efficacia delle strategie utilizzate dai soggetti in situazioni altamente stressanti \u00e8 stato oggetto di grande attenzione da parte degli studiosi interessati al fenomeno della resilienza, intesa come capacit\u00e0 dei soggetti di resistere ad eventi stressogeni anche molto forti e di avere esiti evolutivi positivi (Oliverio Ferraris, 2003). Le ricerche hanno mostrato in generale che la resilienza \u00e8 una qualit\u00e0 importante associata al coping efficace (Zani e Cicognani, 1999), anche se non si pu\u00f2 affermare che esista in modo assoluto uno stile di coping che sia adattivo in tutte le situazioni.<br \/>\nNella costruzione dello stile di coping personale intervengono diverse variabili, alcune innate (il sesso, l\u2019et\u00e0), altre apprese. Pochi studi hanno indagato in modo sistematico e chiaro le differenze di genere di fronte a situazioni di stress traumatico e tensione, ottenendo inoltre risultati spesso molto contrastanti. Freedman e collaboratori (2002) ritengono che le differenze di genere in risposta ad eventi traumatici siano legate al significato attribuito a quel particolare intervento o ad attribuzioni di genere specifiche. Noi aggiungiamo, che questo pu\u00f2 dipendere anche da variabili complementari che si innestano sulle differenze di genere, come ad esempio la variabile maternit\u00e0\/paternit\u00e0. Studi specifici su madri e padri operatori dell\u2019emergenza, per quanto ci risulta, non sono mai stati effettuati, l\u2019unico ambito indagato riguarda l\u2019impatto potenzialmente negativo che lavorare in emergenza pu\u00f2 produrre sulla famiglia e sul suo funzionamento (Monnier, Cameron, Hobfoll &amp; Gribble, 2000; Shakespeare-Finch et al., 2002). Considerazioni sull\u2019intersezione dei due domini, genitorialit\u00e0 ed emergenza, possono essere solo dedotte dalle ricerche che si sono occupate di come i genitori affrontano un dolore o una perdita.<\/p>\n<p>Infine un ulteriore elemento di riflessione riguarda la formazione del personale che lavora in emergenza. La ricerca di Holaday e collaboratori (1995), gi\u00e0 citata come riferimento in letteratura sugli stili di coping dei soccorritori di fronte ad un bambino ferito, evidenzia come i poliziotti e i vigili del fuoco, che avevano preso parte a training di formazione sui temi dell\u2019aiuto agli altri e delle reazioni emotive, hanno riportato pi\u00f9 comportamenti di auto-rinforzo e pi\u00f9 ricordi interiorizzati. Invece i soggetti non precedentemente formati ad affrontare forti stress, sono risultati pi\u00f9 segnati dalle emozioni negative con la tendenza a raccontare l\u2019accaduto come se fosse tutt\u2019ora presente.<\/p>\n<p>Le reazioni emotive e gli stili di coping che mette in campo l\u2019operatore dell\u2019emergenza in un intervento non devono essere quindi considerate come semplici \u201cstrategie\u201d: sono il prodotto di una storia cumulativa di interazioni e sono inserite in una organizzazione evolutiva. Per questo intervenire a questo livello significa andare ad operare pi\u00f9 nel profondo; cambiare il coping richiede cambiare il sistema delle interazioni, modificare il contesto sociale e il modo individuale di vedere s\u00e9 e il mondo. A su volta, promuovere un buon coping e reazioni emotive adattive pu\u00f2 essere visto come una crescita dinamica che consente al soggetto di partecipare in modo pi\u00f9 intenzionale ed efficace alla guida del suo sviluppo personale e professionale.<\/p>\n<hr \/>\n<p><strong>Bibliografia<\/strong><br \/>\nAmmaniti, M. (2001)(a cura di). Manuale di psicopatologia dell\u2019infanzia, Raffaello Cortina Editore, Milano.<\/p>\n<p>Canterbury, R. &amp; Yule, W. (1997). 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